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La pericolosità dell’ubbidienza

Di fronte a un passato opprimente ogni popolo esercita l’arte del dimenticare piuttosto che quella del ricordare. Ma non il dimenticare e il rimuovere liberano, bensì il ricordare e il riconoscere quel passato che non vuole passare, di un passato che condiziona ancora il presente. Il passato che continua a restare presente può essere utilizzato per il futuro, le cause di tragedie passate possono essere analizzate traendone insegnamento. Parlare oggi dell’Olocausto significa documentarsi storicamente sugli accadimenti relativi e, al riguardo, consiglio la lettura di tutti i libri di Primo Levi e – Ebraismo – di Hans Kung. Occuparsi dell’Olocausto vuol dire osservare un Occidente che smarrì la propria anima negli anni bui del nazi-fascismo, che a fatica cercò di ritrovarla subito dopo la seconda guerra mondiale e che potrebbe nuovamente perderla. La valutazione del massacro di 6.000.000 di ebrei non può essere confinata nella cantina della storia, ma riproposta, con determinazione, periodicamente, perché all’opera di annientamento degli ebrei non hanno contribuito soltanto un piccolo numero di assassini; il genocidio si è valso del molteplice aiuto dell’esercito, dell’amministrazione e della indifferenza, unita a forme indirette di collaborazione, della popolazione e delle chiese. Inoltre, l’attualizzazione dell’Olocausto è oltremodo necessaria in quanto il processo di minimizzazione e rimozione della colpa non è stato veramente elaborato.

Tale processo è iniziato già immediatamente dopo il conflitto bellico in seguito alla svolta degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica staliniana e della Germania occupata. L’urgente e necessaria elaborazione del “lutto” venne trascurata e in Occidente ampiamente sostituita dall’anticomunismo. Si era troppo assorbiti dalla ricostruzione economica del paese che la Germania espulse gli anni del nazionalsocialismo come corpi estranei alla storia tedesca. Si condannava una dominazione violenta e arbitraria imposta da Hitler e compagni parlando di quello che si era sofferto personalmente: perdita di parenti, bombardamenti, espulsioni. Si dimenticava, invece, quello che da parte tedesca era stato fatto ad altri. Gli ebrei vennero fatti rientrare tra le vittime della violenza e si iniziò a parlare genericamente di crimini commessi (da chi?) nel nome del popolo tedesco. Gli aggrediti e gli aggressori, gli innocenti e i criminali, i soldati americani e le truppe delle SS – tutti vittime della guerra? Dobbiamo respingere con forza questa falsa interpretazione per la quale alla fine non ci sono più responsabili. Soltanto perché i responsabili hanno dovuto pagare (solo in parte) i loro misfatti, essi non sono diventati vittime. Il massacro nazista non si piò facilmente relativizzare sul piano storico mettendolo a confronto con il gulag staliniano. L’Olocausto è un crimine singolare in quanto la dimensione del massacro ideologico-industriale è senza precedenti, incommensurabile e ancora oggi incomprensibile.

Il massacro nazista degli ebrei è stato unico perché mai prima uno Stato aveva deciso e annunciato, con l’autorità del suo capo responsabile, di eliminare, se possibile interamente, un determinato gruppo di persone, compresi gli anziani, le donne, i bambini e i lattanti, e aveva tradotto in azione questa decisione con tutti i possibili strumenti del potere statale. Soltanto nel nazismo – e questa era la novità – si è avuto a che fare, in grande stile, con un antisemitismo dell’azione: della nuda violenza, del terrore e, alla fine, dell’annientamento. Una spaventosa ricaduta nel mondo barbarico del medioevo, nella vecchia ignoranza, nella fatale superstizione in atrocità inaudite contro gli ebrei. Pertanto, è storicamente ingiustificato e, quindi, anche teologicamente irresponsabile minimizzare “Auschwitz”. Nessun riferimento agli errori e ai crimini di altri popoli (e neppure una croce cristiana all’ingresso del campo di Auschwitz) può e deve far dimenticare questo massacro di ebrei, unico nella sua disumanità. Bisogna perciò diventare concreti e analizzare le cause, considerandole anzitutto in un più ampio contesto europeo. Altrimenti, diventa fin troppo facile attribuire la responsabilità a un qualche destino storicamente fatale, a un anticristo, a un demone o a Satana. L’antisemitismo è antico di due millenni ed ha percorso tutta la storia occidentale tra punte di fanatismo religioso a tregue sociali. Ma nel XIX era venuto alla luce un antisemitismo non più di stampo anzitutto religioso, bensì – del tutto in linea con lo spirito social-darwinistico del tempo e del suo principio della selezione (la sopravvivenza del più forte) – razziale e biologico; quindi non motivazioni bibliche e religiose, ma pseudo-scientifiche e sanitarie. Ha esercitato un’influenza funesta soprattutto il nazionalismo in continua ascesa, e il patriottismo ha preso ben presto le sembianze dell’arroganza sciovinista. Fu perciò molto facile rimproverare agli ebrei, nonostante l’integrazione sociale, una carente coscienza nazionale, vivendo essi della loro millenaria tradizione. Inoltre nel processo di assimilazione avvenuto con fatica in Europa e in particolar modo in Germania, gli ebrei avevano raggiunto un crescente influsso sull’economia, sulla politica e sulla cultura, che doveva provocare i sentimenti di odio e invidia di molti insoddisfatti non ebrei.

Adolf Hitler non fu né un incidente di percorso della storia tedesca né una coincidenza del destino. Egli è arrivato al potere con il vasto consenso del popolo tedesco e, nonostante tutte le critiche velate, è stato sostenuto sino alla fine dalla lealtà della maggior parte della popolazione. Infatti, la dittatura nazista non sarebbe sorta né sarebbe potuta durare senza l’interessato tradimento anche dell’uomo comune (circa un milione di tedeschi, come è stato calcolato, ha preso parte direttamente alle misure contro gli ebrei), senza la tolleranza ed il favore delle èlite, dominanti nella burocrazia, nell’industria, nella giustizia, nella medicina, nella pubblicistica e nell’esercito tedeschi, per gli studenti come per i professori, l’assordante silenzio delle chiese con rare eccezioni di parti del clero. 

Sono stato arrestato dalla Gestapo nel luglio 1943. Una storia di volantini. Il gruppo del quale facevo parte, una piccola organizzazione di lingua tedesca all’interno della resistenza belga, cercava di svolgere opera di propaganda antinazista fra gli appartenenti alle forze d’occupazione tedesche. Producevamo del materiale propagandistico abbastanza primitivo, con il quale ci illudevamo di poter convincere i soldati tedeschi della crudele follia di Hitler e della sua guerra. Oggi so, o almeno credo di sapere, che le nostre scarne parole si rivolgevano ai sordi.” Così scriveva Jean Amèry in – Intellettuale a Auschwits. L’antisemitismo razzista, che nell’Olocausto ha raggiunto il suo culmine terroristico, non sarebbe stato possibile senza la preistoria, quasi bimillenaria, dell’antiebraismo religioso delle chiese cristiane. La compassione, l’indignazione e perfino la resistenza attiva contro la legislazione antiebraica dei nazisti, contro la persecuzione, la deportazione e l’annientamento degli ebrei sono venute alla luce soltanto in casi eccezionali. 

Davanti all’orrore e alla violenza costruita con meccanica premeditazione, molti pensatori hanno tentato di proporre delle spiegazioni psicologiche, culturali e sociali rispetto alla follia dei gerarchi nazisti e di un intero popolo preda dell’irrazionalità. Come è stato possibile che milioni di persone siano rimasti indifferenti se non addirittura complici diretti delle peggiori nefandezze che l’uomo possa aver commesso contro altri propri simili? L’argomento che qui mi interessa è proprio questo. Il regime nazista era sostenuto dal popolo tedesco, cioè da cittadini che poco prima delle leggi razziali del 1935, frequentavano amici e conoscenti ebrei. Cenavano nello stesso ristorante, andavano nella stessa scuola, i bambini giocavano insieme, si condivideva lo stesso posto di lavoro. Tranne rarissime eccezioni, il popolo tedesco non si è indignato, non ha protestato, anzi ha collaborato con Hitler. Cosa ha portato milioni di persone alla perdita di ogni senso razionale, etico e intellettuale? E’ importante rispondere a queste domande proprio per evitare che la follia e l’irrazionale possano nuovamente inquinare la psicologia dell’individuo e delle folle. Al riguardo è interessante esaminare un esperimento, uno dei più apprezzati, nel campo dell’aggressione, lo studio comportamentale dell’obbedienza di Stanley Milgram, condotto all’Università di Yale.

L’esperimento di Milgram fu un esperimento di psicologia sociale condotto nel 1961 il cui obiettivo era lo studio del comportamento di soggetti ai quali un’autorità, nel caso specifico uno scienziato, ordinava di eseguire delle azioni in conflitto con i valori etici e morali dei soggetti stessi. L’esperimento cominciò tre mesi dopo l’inizio del processo a Gerusalemme contro il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. Milgram concepiva l’esperimento come un tentativo di risposta alla domanda “È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?”

Milgram reclutò persone per gli esperimenti con un annuncio su un giornale e tramite inviti spediti per posta. Alla fine i partecipanti erano uomini fra i 20 e i 50 anni, di diversi estrazione sociale, grado d’istruzione e impiego. All’inizio degli esperimenti lo psicologo assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “studente” ad un complice e di “insegnante” al soggetto che partecipava all’esperimento. L’insegnante poteva controllare i 30 interruttori di un quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, per dare scosse tra 15 e 450 V. Per prima cosa l’insegnante era sottoposto alla scossa da 45 V per farlo essere sicuro della veridicità dell’esperimento, poi aveva inizio l’esperimento vero e proprio:

– in primis l’insegnante leggeva all’allievo complice delle coppie di parole che lo studente doveva memorizzare;

– poi l’insegnante ripeteva la seconda parola di alcune coppie e dava all’allievo delle alternative tra le quali questi doveva scegliere quella corretta;

– in caso di risposta sbagliata l’insegnante puniva l’alunno dandogli scosse di intensità crescente.

Il complice doveva fingere la reazione alle scosse con implorazioni e grida sempre più sofferenti al progredire dell’intensità delle finte scosse; raggiunti i 330 V, doveva fingere lo svenimento. Lo psicologo esortava in modo pressante l’insegnante, dicendogli che era obbligato a proseguire per la buona riuscita dell’esperimento. L’ultimo interruttore premuto prima che l’insegnante si rifiutasse di continuare indicava il grado di obbedienza. Al termine i soggetti venivano informati della vera natura dell’esperimento, e quindi del fatto che le scosse fossero simulate.

Contrariamente alle aspettative inziali dello sperimentatore, nessuno dei quaranta soggetti si è interrotto prima di aver raggiunto il livello choc di 300 V, cioè quando la vittima cominciava a battere sul muro, smettendo di fornire risposte alle domande. Soltanto cinque soggetti su quaranta hanno rifiutato di ubbidire al comando dello sperimentatore che ordinava di superare il livello di 300 V.   Milgram stesso riassunse così l’esperimento nel suo articolo del 1974 – I pericoli dell’obbedienza: “Gli aspetti legali e filosofici dell’obbedienza sono di enorme importanza, ma dicono poco su come la maggior parte delle persone si comporta in situazioni concrete. Ho organizzato un semplice esperimento alla Yale University per testare la sofferenza che un comune cittadino infliggerebbe a un’altra persona semplicemente perché uno scienziato glielo ordina. L’autorità è stata contrapposta alla morale contro la violenzae, nonostante le urla delle vittime, l’autorità ha vinto il più delle volte. La volontà degli adulti di fare qualsiasi cosa un’autorità gli ordini costituisce il principale risultato dello studio; ciò richiede una spiegazione urgente. Le persone comuni, pensando di fare semplicemente il loro lavoro, possono diventare agenti di un terribile processo distruttivo come l’Olocausto. Inoltre, anche quando gli effetti distruttivi delle loro azioni diventano palesi e viene loro chiesto di compiere azioni incompatibili con gli standard morali, relativamente poche persone resistono all’autorità”. Anche Erich Fromm, nella sua monumentale opera – Anatomia della distruttività umana – ha analizzato l’esperimento di Milgram scrivendo quanto segue a pag. 78: “L’esperimento è davvero molto interessante: un’analisi non solo dell’ubbidienza e del conformismo, ma anche della crudeltà e della distruttività. Sembra quasi simulare una situazione che si è verificata nella vita reale: la colpevolezza di soldati che si comportavano con estrema crudeltà e distruttività eseguendo, senza metterli in dubbio, gli ordini dei superiori (o quel che presero per ordini). Dunque, questa è anche la storia dei generali tedeschi che furono condannati come criminali di guerra al processo di Norimberga … Ma io non credo che questo esperimento permetta di trarre conclusioni per quanto riguarda le situazioni della vita reale. Lo psicologo non era soltanto un’autorità alla quale si deve ubbidire, ma un rappresentante della Scienza, e di una delle più prestigiosi istituzioni dell’educazione superiore degli Stati Uniti. Tenuto conto che, nella società industriale contemporanea, la scienza è generalmente considerata il valore supremo, la persona media ha molta difficoltà a credere che essa possa impartire ordini sbagliati i immorali. Se Dio non avesse detto ad Abramo di risparmiare il figlio, Abramo lo avrebbe ucciso, come gli innumerevoli genitori che hanno praticato il sacrificio dei figli nel corso della storia. Per il credente, né Dio né il suo equivalente moderno, la Scienza, possono dare un ordine sbagliato.” Che riflessioni possiamo trarne da queste lucide argomentazioni?

La prima è che l’immaginazione dell’uomo può condurlo verso vette intellettuali altissime oppure gettarlo nell’abisso della brutalità. Una vita vissuta senza una pedagogia del bene, del vero e del bello può trasformare l’individuo stesso in un surrogato umano, in un insieme di ammassi biologici, in un’agonia di deliri mentali. La seconda considerazione è che l’esperimento di Milgram certifica la presenza di una coscienza nella maggior parte dei soggetti, e la loro sofferenza quando erano costretti ad agire contro questa coscienza. Così, mentre l’esperimento può essere interpretato come un’ulteriore prova della facile disumanizzazione dell’uomo, le reazioni dei soggetti dimostrano invece il contrario: la presenza di forze intense che rendono la crudeltà intollerabile. Questo significa che la natura dell’uomo non è distruttiva e crudele ma è la struttura sociale con la sua educazione e bisogni indotti a trasformare l’individuo in un automa. Per esempio, nella realistica scuola della vita i giovani imparano che devono perseguire il proprio vantaggio anche a spese degli altri, per esempio. Una vita così vissuta all’insegna della competizione, del risultato personale incuranti delle vicende altrui, dell’impiego del tempo libero volto esclusivamente ad un banale e superficiale intrattenimento, rende il cittadino un esecutore di ordini perché incapace di servirsi del proprio intelletto in quanto la propria esistenza è stata costruita abdicando il senso di responsabilità sia intellettuale sia morale. Il terreno culturale era già fertile prima delle leggi razziali affinchè milioni di tedeschi (e italiani) si precipitassero dalla parte del più forte diventando complici degli orrori del nazi-fascismo. Un terreno culturale consistente nella passività democratica, nell’accettazione di strutture autoritarie e di modelli di comportamento conformistici. Una società concentrata nel raggiungimento di standard economici e di un benessere materiale attraverso la tecnica e lo specialismo, ma che aveva abbandonato i luoghi e i momenti di vita spirituale volti alla scoperta dell’etica e del bene. Dopo la seconda guerra mondiale, queste problematiche sono state solo velatamente affrontate, e nonostante la costruzione di ordinamenti giuridici volti alla difesa dei diritti fondamentali, non ci si è curati dei percorsi pedagogici indispensabili perché i bambini possano diventare adulti mentalmente sani. Invece, si è mantenuta una struttura sociale del controllo e gerarchica. La nostra società è tutt’ora fondamentalmente gerarchica al cui interno i cittadini partecipano solo formalmente alla vita democratica. 

Veniamo alla situazione odierna dell’emergenza sanitaria. Ritengo inutile continuare a ripetere dati e sciorinare statistiche (https://domenicoconversa.it/il-green-pass-la-perdita-della-ragione-e-lelogio-della-normalita/) perché se a distanza di due anni il cittadino medio non ha compreso che trattasi di un esperimento di ingegneria sociale a livello globale, non potrà certamente capirlo adesso anche davanti all’evidenza dei fatti. E’ un cittadino ormai smarrito e non più recuperabile. Non è solo paura della malattia se le persone non si accorgono dell’evidenza logica e delle enormi contraddizioni della narrazione dominante. Si tratta di demenza e di inebetimento. E’ ubbidienza cieca e religiosa verso l’autorità, verso il Dio “scienza”. Così come è accaduto nel passato, anche adesso il cittadino è preda dello smarrimento esistenziale che ha preceduto la pseudo-pandemia. Questo smarrimento esistenziale si è trasformato in uno smarrimento di ogni razionalità. Quel cittadino degli anni ’30 in Germania e in Italia, è lo stesso del 2020: ignorante, aggressivo, fragile. La società della conoscenza non ha colmato quel vuoto esistenziale che ancora oggi alberga dentro la coscienza individuale e poi collettiva.

Come scrive splendidamente Giorgio Agamben nel libro – A che punto siamo? L’epidemia come politica – nell’Occidente moderno convivono tre grandi sistemi di credenze: il cristianesimo, il capitalismo e la scienza (aggiungerei un certo tipo di scienza). Il fatto nuovo è che questo tipo di scienza (scientismo) risulta vittoriosa nei confronti delle altre due credenze. Il carattere preminente della religione scientista è che la medicina si è trasformata in una lotta escatologica tra il bene e il male. Vi è un dio o principio maligno, la malattia i cui agenti specifici sono i batteri e i virus, e un dio o un principio benefico, che non è la salute, ma la guarigione, i cui agenti culturali (i sacerdoti) sono i medici e la terapia. Insomma, la medicina come una religione a tutti gli effetti. Nella pseudo-pandemia la vita intera degli esseri umani deve diventare in ogni istante il luogo di una ininterrotta celebrazione cultuale. Il nemico, il virus, è sempre presente e deve essere combattuto incessantemente e senza possibile tregua. La pratica cultuale del distanziamento, della mascherina e della somministrazione del vaccino non è più libera e volontaria, esposta solo a sanzioni di ordine spirituale, ma deve essere resa normativamente obbligatoria. La collusione fra religione e potere profano non è certo un fatto nuovo. Il potere profano deve vegliare a che la liturgia della religione medica, che coincide ormai con l’intera vita, sia puntualmente osservata nei fatti.

Cosa possiamo dire di una persona completamente proiettata in questa dimensione religiosa dove la sua immaginazione gioca un ruolo determinante nella trasformazione dell’apparenza in realtà? Questo individuo è oggi l’uomo comune, lontano dall’umanità e schiacciato in un’involuzione antropologica caratterizzata da un ipertecnologismo e dal progetto del transumanesimo. Nella terra promessa della biotecnologia vi risiede un programma di manipolazione dei consumi e delle coscienze delle persone, nel quale potremmo scorgere l’illusione dell’abolizione definitiva delle malattie realizzabile nell’assimilazione alla macchina, che in tempo reale possa informarci del pericolo di contagio e che monitori costantemente i nostri parametri vitali, restituendoci, in sostanza, un profilo transumano che ci illuda di un senso di protezione continua dal pericolo. L’idea di umanità viene delegata ad una moltitudine di entità disseminate, tecniche e tecnologiche, ma in questa delega si nasconde il pericolo di abbattere la sua natura senziente, cognitiva e volitiva. Un individuo che consegna la propria vitalità a dispositivi esterni al di fuori del suo controllo e che è incapace di costruire la realtà con le sue mani fino a diventare dipendente da realtà virtuali, può ancora essere definito mentalmente sano? Personalmente considero le persone che aderiscono alla narrazione ufficiale pseudopandemica (la maggior parte), per le quali sembra vitale cercare la rassicurazione nella delega delle libertà e della propria salute ai politici e ai medici, oppure a entità fisiche come un farmaco o un vaccino, a loro volta rappresentanti simbolici di istanze magiche quali la protezione dalla malattia, ebbene queste persone hanno smarrito la loro umanità perché hanno perso l’unità della loro esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, trasformandola in una entità puramente biologica. Sono persone ormai ridotte a una condizione di sopravvivenza biologica distaccate dal senso del reale. Per ridurle in questo stato mentale patologico, il biopotere ha utilizzato anche la medicina. La vendita di salute è stata architettata allo scopo di creare la dipendenza dei più dal potere prescrittivo dei medici, di destituire la capacità degli individui di autoregolare la propria alimentazione e i propri bisogni essenziali, in un’orgia continua di sedentarietà televisiva e delega. La maggior parte degli italiani hanno perso il contatto con la realtà, hanno false percezioni e falsi convincimenti, il loro linguaggio e comportamento è strutturato dall’esterno e non da un processo consapevole e lucido, presentano un appiattimento dell’affettività (manifestazioni emotive ridotte), deficit cognitivi (compromissione del ragionamento e della capacità di soluzione dei problemi) e malfunzionamento occupazionale e sociale. Sono individui mentalmente malati. Questa psicosi generalizzata, che è conseguenza dell’originario smarrimento esistenziale, può trasformare il cittadino della porta accanto, l’impiegato, l’artigiano, l’operaio in tanti nuovi e piccoli “Eichmann”, in tanti carnefici e torturatori di innocenti, in tanti pericolosi burocrati ubbidienti.

Una massa informe di persone ha accettato senza farsi troppi problemi, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del Paese, nemmeno durante le due guerre mondiali, la loro libertà di movimento. Decine di milioni di italiani hanno accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i loro rapporti di amicizia e di amore, perché il prossimo era diventato una possibile fonte di contagio. Non cambia poi molto tra l’aver paura di una persona sana ed avere delle allucinazioni. Però, il passo è breve, troppo breve, affinchè l’uomo comune si tramuti nel mostro nazista. La storia ci insegna che con il nazista non è possibile alcun compromesso, nessun confronto.

Approfondirò questa tematica in un incontro virtuale sulla piattaforma Zoom, se ti va, puoi unirti cliccando su questo link, sabato 29 gennaio alle ore 18.00: https://us02web.zoom.us/j/88652416610?pwd=SlFJM2xIN1J0UmdyZDZ5WWpoMUlnZz09

LEGGI ANCHE >> Lettera dei sopravvissuti all’Olocausto all’Agenzia europea per i medicinali (EMA)

Comments(2)

    • Trivisano

    • 4 mesi ago

    Umani vs Robot.
    Grazie Avvocato Umanissimo.

  1. […] LEGGI ANCHE >> La pericolosità del’ubbidienza […]

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