Leggere La rivolta e… fu Israele di Menachem Begin¹ non significa soltanto avvicinarsi a una pagina decisiva della storia del Novecento. Significa entrare nella coscienza di un popolo che, dopo secoli di dispersione, discriminazioni, pogrom e persecuzioni, comprese che non avrebbe più potuto affidare ad altri la propria sopravvivenza. Il libro di Begin non è una ricostruzione distaccata né pretende di esserlo. È la testimonianza di un protagonista, il racconto di chi guidò l’Irgun nella lotta clandestina contro il mandato britannico in Palestina. Proprio per questo possiede una forza che molte ricostruzioni successive hanno perduto: restituisce il sentimento, la tensione morale e la determinazione di uomini e donne convinti di non avere più un luogo nel quale fuggire e di dover conquistare, con le proprie forze, il diritto ad avere finalmente una patria.
Ciò che più colpisce è la distanza tra questa storia e la rappresentazione oggi dominante della nascita di Israele. Troppo spesso lo Stato ebraico viene descritto come il risultato di una semplice operazione coloniale, quasi fosse apparso improvvisamente nel 1948 per volontà delle potenze occidentali. Il racconto di Begin mostra una realtà assai diversa e molto più dolorosa. Gli ebrei non arrivarono in Palestina come emissari di una potenza imperiale. Vi giunsero fuggendo dall’antisemitismo europeo, dalle persecuzioni nell’Impero russo, dai pogrom e, successivamente, dalla macchina di sterminio nazista. Non avevano alle spalle una madrepatria coloniale alla quale fare ritorno. Cercavano precisamente ciò che non possedevano: una terra nella quale non essere più minoranza tollerata, perseguitata o espulsa a seconda delle convenienze del potere.
Particolarmente sconvolgente è la politica seguita dalla Gran Bretagna negli anni in cui gli ebrei europei avrebbero avuto maggiormente bisogno di una via di salvezza. Con il Libro Bianco del 1939, Londra limitò drasticamente l’immigrazione ebraica in Palestina proprio mentre in Europa la persecuzione nazista si trasformava nello sterminio. Le navi cariche di profughi venivano respinte o intercettate. A uomini, donne e bambini in fuga fu negata persino la possibilità di raggiungere una terra che avrebbe potuto salvarli. È difficile leggere queste pagine senza provare indignazione. Mentre gli ebrei europei venivano deportati e assassinati, la potenza mandataria subordinava la loro salvezza ai propri equilibri imperiali e alla necessità di non compromettere i rapporti con il mondo arabo. La tragedia ebraica diventava una variabile della politica britannica.
Begin racconta la scelta della rivolta: la nascita e l’organizzazione di una struttura clandestina, la disciplina dei combattenti, la capacità di procurarsi armi, di organizzare azioni e di resistere a un impero enormemente più potente. Racconta uomini braccati, imprigionati e condannati a morte, ma anche la consapevolezza che la libertà non sarebbe stata concessa spontaneamente. Doveva essere conquistata. È questa, forse, la parte più potente del libro: la tempra di un popolo che decide di non implorare più protezione. Dopo secoli trascorsi dipendendo dalla benevolenza di sovrani, governi e maggioranze, una parte del popolo ebraico affermò un principio radicale: nessuno avrebbe più deciso se gli ebrei avessero o meno il diritto di vivere. Begin non racconta soltanto una lotta militare. Racconta una trasformazione antropologica: il passaggio dall’ebreo perseguitato, costretto alla fuga e alla sottomissione, all’ebreo capace di difendersi, organizzarsi e combattere. È il rifiuto di accettare come destino la condizione di vittima.
Naturalmente, questo libro è la voce di una parte precisa del movimento sionista e deve essere letto come la testimonianza di un combattente e di un leader politico. Ma riconoscerne il carattere militante non ne diminuisce il valore. Al contrario, permette di comprendere dall’interno le ragioni di coloro che ritennero inevitabile la rivolta contro il dominio britannico e contro chi voleva impedire la nascita di uno Stato ebraico.
Alla fine, contro ogni previsione, Israele nacque. Nacque non perché agli ebrei fosse stato regalato uno Stato, ma perché essi seppero costruirlo, difenderlo e pagare un prezzo altissimo per farlo sopravvivere. Appena proclamata l’indipendenza, il nuovo Stato fu attaccato dagli eserciti arabi circostanti. Ancora una volta, gli ebrei dovettero combattere nella consapevolezza che una sconfitta non avrebbe significato soltanto perdere una guerra, ma rischiare una nuova catastrofe a pochi anni dalla Shoah.
Questa consapevolezza aiuta a comprendere anche l’Israele di oggi. Le parole “colonialismo” e “genocidio”, quando vengono impiegate come slogan automatici per descrivere Israele, oltre che urlare delle menzogne, cancellano la storia degli ebrei provenienti dall’Europa, dalla Russia, dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Cancellano le persecuzioni, le espulsioni, le restrizioni all’immigrazione durante la Shoah e le guerre affrontate da Israele fin dal giorno della sua nascita. Soprattutto, rovesciano paradossalmente le parti: il popolo che cercò una patria per non essere più perseguitato viene rappresentato come un intruso privo di qualsiasi legame con quella terra.
- ¹ Menachem Begin (1913–1992), nato a Brest-Litovsk, fu comandante dell’Irgun durante la lotta contro il mandato britannico e, successivamente, primo ministro di Israele dal 1977 al 1983. Nel 1978 ricevette, insieme al presidente egiziano Anwar al-Sadat, il Premio Nobel per la pace in seguito agli accordi di Camp David.