Leggere Islam – Una guida chiara e semplice di Paola Kafira non è affatto semplice. Non perché il libro sia oscuro, ma perché è limpido. E talvolta la limpidezza non consola: costringe a guardare. Queste pagine non conducono verso la serenità della conoscenza, ma verso domande inquietanti sulla natura umana, sul rapporto tra ideologia, potere e violenza. Il lettore vi si affaccia come sul bordo di un precipizio, scoprendo che il male non appartiene soltanto alla storia o agli altri, ma è una possibilità inscritta nell’essere umano stesso. Si scopre così che il cuore dell’uomo — quel luogo che vorremmo custodire come intatto — può essere deformato, corrotto ed abitato dal male.
Se il contenuto del libro preoccupa per ciò che rivela, non si può non riconoscere l’eccezionale sforzo compiuto dall’autrice per raggiungere una sintesi così tanto lucida. Dietro la scorrevolezza della lettura si intravedono anni di studio, di confronto e di ricerca dei testi ufficiali, di paziente lavoro di selezione e comprensione delle fonti. Tra le pagine si cela anche l’inquietudine dell’autrice stessa; tra le parole trapela la sofferenza di chi ha guardato il male senza distogliere lo sguardo. Si avverte il peso di una conoscenza che non lascia indenni, l’incontro con forme di malvagità che, una volta comprese, impediscono di osservare il mondo con la stessa innocenza di prima.
La maggior parte ritiene l’Islam una semplice religione tra le altre, riducibile a un diverso insieme di rituali, precetti o preghiere. Si tende a pensare che le religioni si distinguano soltanto per il nome attribuito a Dio o per alcune pratiche esteriori, mentre il loro fine ultimo sarebbe comunque orientato al bene.
Non è così per l’Islam!
Proprio nella premessa Paola Kafira definisce l’Islam come «…un’ideologia che si prefigge di gestire la vita sia dei musulmani che dei non musulmani». È una definizione che orienta il lettore fin dalle prime pagine. Se l’obiettivo è governare integralmente la vita dell’uomo, non siamo più di fronte a una semplice esperienza religiosa, ma a un’ideologia totalizzante. Una visione che, attraverso la sottomissione a regole e comportamenti, finisce per sacrificare quei principi di libertà e di uguaglianza che costituiscono uno dei fondamenti della civiltà occidentale. Se una dottrina prevede, prescrive o consente la pena di morte, anche mediante lapidazione per adulterio, lo stupro, le mutilazioni genitali femminili, l’obbligo del velo, la violenza domestica, la menzogna, la schiavitù, la tortura e l’assassinio degli infedeli e degli apostati, allora ci troviamo dinanzi a una concezione della vita che finisce per annientare la vita stessa e, quindi, ad un’ideologia della morte.
Se da una parte abbiamo il profeta dell’Islam Maometto, diretta espressione di Allah, il quale afferma: «il terrore mi ha reso vittorioso», dall’altra c’è Gesù che invita ad amare anche chi ci odia: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male» (Luca 6,27-28). Gesù, ebreo, si colloca pienamente nella tradizione ebraica, dalla quale attinge e che porta a compimento attraverso un messaggio fondato sulla misericordia, sul perdono e sull’amore universale. Mentre l’ebraismo e il cristianesimo insegnano il comandamento dell’amore, l’Islam considera proprio gli ebrei e i cristiani i principali nemici e fin dall’infanzia insegna non ad amarli, ma a odiarli e combatterli. Qui non si tratta di contrapporre un “noi” migliore a un “loro” peggiore. Si tratta, piuttosto, di analizzare con attenzione le ricadute concrete che l’ideologia islamica produce all’interno di una società. Il punto centrale è che l’Islam non separa la dimensione religiosa da quella politica e giuridica: al contrario, tende a concepirsi come sistema complessivo, pervasivo, destinato a orientare non solo la fede individuale, ma anche la legge, i comportamenti sociali e l’organizzazione stessa della vita collettiva. Lo si osserva con particolare evidenza negli Stati a guida islamica, dove il confine tra diritto e religione tende a dissolversi fino a scomparire. La legge dello Stato non si limita a convivere con i precetti religiosi, ma spesso ne diventa espressione diretta, traducendo i dettami islamici in norme giuridiche vincolanti. È proprio questa sovrapposizione tra religione, diritto e potere politico che rende l’Islam non soltanto una fede, ma un sistema ideologico-politico destinato a permeare ogni ambito della vita individuale e collettiva.
Questa impostazione si distingue profondamente dal percorso storico seguito all’Occidente. Attraverso un lungo processo di secolarizzazione, le democrazie occidentali hanno progressivamente distinto la sfera religiosa da quella politica e giuridica, affermando il principio di laicità dello Stato. La religione continua a rappresentare un elemento essenziale della vita di molti individui, ma non costituisce più la fonte diretta della produzione normativa né il fondamento dell’organizzazione del potere pubblico. È proprio questa distinzione tra autorità religiosa e autorità civile che ha consentito lo sviluppo di ordinamenti fondati sul pluralismo, sulla libertà di coscienza e sull’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa.
Il libro di Paola Kafira squarcia il velo dell’ipocrisia e del politicamente corretto. È una lettura che dovrebbe indurre tutti noi a interrogarci, con sconcerto, sul ruolo delle istituzioni e della comunicazione mainstream, troppo spesso impegnate ad attenuare, sfumare o offuscare l’ideologia islamica che, invece, dovrebbe essere osservata e giudicata per ciò che realmente è: un nemico del bene! Anziché fare chiarezza, finiscono per gettare una cortina di fumo su questioni che richiederebbero il coraggio della verità e della trasparenza.
Il pensiero di Paola Kafira richiama inevitabilmente quello di Oriana Fallaci ne La rabbia e l’orgoglio. Pur con percorsi, esperienze e linguaggi differenti, entrambe rappresentano la voce di donne che hanno scelto di non tacere di fronte a una realtà incompatibile con la libertà e la dignità femminile, perché è soprattutto la donna in tutte le sue espressioni ad essere il bersaglio principale della sottomissione islamica. La sottomissione della donna da parte dell’Islam non rappresenta soltanto la negazione della sua libertà. È la sottomissione della vita stessa. La donna è il grembo da cui nasce ogni essere umano, il primo luogo della cura, della relazione e della trasmissione della cultura. Umiliarla, ridurla a strumento o privarla della sua dignità significa impoverire l’intera umanità.
«Per il bene della società italiana e per il bene degli stessi musulmani, che non meritano di vivere intrappolati e manipolati da questa ideologia»; con queste parole Paola Kafira conclude il suo libro, affidando al lettore un invito alla riflessione che va ben oltre la semplice denuncia.