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treno valigie di cartone

Al Signor Presidente della Repubblica
Prof. Sergio Mattarella
Palazzo del Quirinale
00187 Roma
PEC: protocollo.centrale@pec.quirinale.it

Al Signor Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Giorgia Meloni
Palazzo Chigi
00187 Roma
PEC: presidente@pec.governo.it

Oggetto: Accoglienza, integrazione e interesse nazionale alla luce dell’esperienza dell’emigrazione italiana del secolo scorso.

La storia della mia famiglia, come quella di molte famiglie italiane e soprattutto meridionali, è composta da racconti di povertà, sacrifici e privazioni che sono giunti fino alla mia generazione attraverso la memoria dei nostri nonni. Si tratta di una memoria preziosa, ma sempre più fragile. Noi siamo probabilmente tra gli ultimi ad aver conosciuto persone che hanno vissuto direttamente la Seconda guerra mondiale e che, a loro volta, ci hanno trasmesso le esperienze dei propri genitori, segnati dalla Prima guerra mondiale, dalla fame e dalle difficoltà di un’epoca che oggi appare lontanissima. Con la scomparsa di quei testimoni diretti rischia di svanire non soltanto il ricordo di vicende familiari, ma anche la consapevolezza di ciò che è costato, in termini di sacrifici individuali e collettivi, costruire le condizioni di benessere e di libertà di cui oggi beneficiamo. È anche per questo motivo che ritengo doveroso condividere una riflessione che nasce da una storia personale, ma che appartiene a un’esperienza comune a milioni di italiani.

Quando i miei nonni materni lasciarono il Meridione d’Italia per trasferirsi in Svizzera alla fine degli anni Cinquanta, condividevano il destino di centinaia di migliaia di italiani che, negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, furono costretti ad abbandonare la propria terra per cercare altrove ciò che il luogo di nascita non era ancora in grado di offrire: un lavoro stabile, un reddito sufficiente e la concreta speranza di assicurare ai propri figli condizioni di vita migliori. La loro non fu una scelta dettata dall’avventura o dall’ambizione, bensì dalla necessità. In ampie aree del Mezzogiorno, infatti, la povertà continuava a essere una realtà diffusa. L’economia era ancora fortemente legata all’agricoltura, le opportunità occupazionali erano limitate e molte famiglie vivevano in una condizione di costante precarietà. Per una parte significativa di quella generazione, emigrare non rappresentava una delle possibili opzioni, ma l’unica alternativa concreta alla miseria. I miei nonni appartenevano a quella schiera silenziosa di donne e uomini che affrontarono la separazione dagli affetti, l’incertezza del futuro e le difficoltà dell’inserimento in un Paese straniero con straordinaria dignità. Essi portarono con sé poco più della propria forza lavoro, della propria capacità di sacrificio e della speranza di costruire, attraverso il lavoro onesto, un futuro che appariva irraggiungibile nella terra che erano stati costretti a lasciare.

L’esperienza migratoria che essi affrontarono fu caratterizzata da regole rigorose, controlli stringenti e da un percorso di inserimento tutt’altro che agevole. Gli emigrati italiani, e in particolare quelli provenienti dalle regioni meridionali, dovettero misurarsi non soltanto con le difficoltà materiali derivanti dall’abbandono della propria terra, ma anche con forme di diffidenza e discriminazione che accompagnarono, almeno inizialmente, il loro ingresso nella società ospitante. Eppure, quella generazione affrontò tali prove con straordinaria dignità. I miei nonni, come molti altri emigrati italiani, non considerarono il rispetto delle regole imposte dal Paese ospitante come un’ingiusta compressione della propria libertà, ma come parte integrante del percorso necessario per costruire una nuova esistenza. Attraverso il lavoro, il sacrificio personale, il rispetto delle istituzioni e l’assunzione delle responsabilità richieste, essi riuscirono progressivamente a migliorare la propria condizione e a garantire maggiori opportunità alle generazioni successive.

La loro esperienza induce a una riflessione che ritengo ancora oggi attuale. L’esistenza di regole chiare e rigorose in materia di ingresso, permanenza e integrazione degli stranieri non costituisce necessariamente espressione di chiusura o di ostilità verso chi proviene da altri Paesi. Al contrario, rappresenta uno strumento essenziale per governare fenomeni complessi e per assicurare una convivenza ordinata e sostenibile all’interno della comunità nazionale. Le regole non tutelano esclusivamente la società che accoglie. Esse svolgono una funzione altrettanto importante nei confronti di chi arriva, poiché offrono un quadro di riferimento certo, definiscono diritti e doveri reciproci e consentono di trasformare una condizione iniziale di inevitabile precarietà in un percorso graduale di integrazione sociale, culturale e lavorativa. In assenza di criteri chiari e condivisi, il rischio non è una maggiore libertà, bensì una maggiore incertezza, spesso accompagnata da marginalizzazione, sfruttamento e conflittualità. Accogliere non significa soltanto aprire le porte a chi giunge da lontano; significa anche rispettarlo come persona, offrendogli prospettive chiare, regole comprensibili e un percorso definito attraverso il quale possa inserirsi nella comunità nazionale.

La memoria dell’emigrazione italiana del Novecento dovrebbe pertanto indurci a guardare alle questioni migratorie con equilibrio, responsabilità e lungimiranza. I nostri nonni conobbero la fatica dell’emigrazione, il peso della lontananza dagli affetti, la durezza del lavoro e il confronto con società diverse dalla propria. Proprio per questo essi compresero che l’integrazione autentica non nasce dall’assenza di regole, ma dalla capacità di coniugare opportunità e responsabilità, diritti e doveri, accoglienza e rispetto dell’ordinamento della comunità ospitante.

Per tali ragioni, Signor Presidente della Repubblica e Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, auspico che la Repubblica Italiana continui ad adoperarsi affinché siano predisposte e applicate regole chiare, trasparenti ed efficaci in materia di ingresso e integrazione delle persone provenienti da Paesi stranieri. Non per spirito di chiusura, né per una concezione riduttiva dell’interesse nazionale, ma per la tutela di quel patrimonio di valori civili, democratici e costituzionali che rappresenta il fondamento stesso della nostra convivenza. L’interesse nazionale, nella sua accezione più alta, non coincide con una concezione meramente identitaria o esclusiva della nazione né con l’esclusione dell’altro. Esso consiste nella capacità di preservare e trasmettere i principi che la Costituzione repubblicana pone a fondamento della vita comune: la dignità della persona, l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà, la laicità delle istituzioni, la solidarietà e il rispetto delle regole democratiche. Valori che devono poter essere conosciuti, condivisi e rispettati da chiunque scelga di entrare a far parte della comunità nazionale. Credo che il modo migliore per onorare il sacrificio delle generazioni che ci hanno preceduto sia proprio quello di custodire con responsabilità l’eredità civile che ci hanno consegnato: una Repubblica fondata sul lavoro, sul rispetto delle istituzioni e sulla consapevolezza che la solidarietà può essere autentica e duratura soltanto quando si accompagna alla chiarezza delle regole e alla condivisione dei principi fondamentali che tengono unita una nazione.

Confidando che queste riflessioni possano offrire un modesto contributo al dibattito pubblico su temi di così grande rilevanza per il futuro del nostro Paese, porgo i miei più cordiali saluti.

Con Osservanza.

Domenico Conversa
Avvocato del Foro di Bari

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