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«Il sistema opera fin nelle fibre più impercettibili dell’animo individuale; esso premia la bassezza.»
(Max Horkheimer, Crepuscolo, “La bassezza è premiata”)

Le riflessioni di Max Horkheimer raccolte in Crepuscolo. Appunti 1926-1931 appartengono a una fase cruciale del pensiero critico del Novecento: gli anni che precedono l’ascesa dei totalitarismi europei e la piena maturazione della Scuola di Francoforte. Eppure, a distanza di quasi un secolo, quelle pagine non suonano come un documento storico, ma come una descrizione inquietantemente attuale della nostra società. In Crepuscolo, Horkheimer osserva che il sistema capitalistico non si limita a organizzare la produzione e la distribuzione della ricchezza, ma plasma le coscienze, orienta le simpatie, premia i comportamenti conformi e penalizza ogni forma di pensiero critico. Il mondo moderno – scrive – possiede già i mezzi umani e tecnici per eliminare la miseria nella sua forma più brutale; ciò che impedisce questa possibilità non è la scarsità, ma l’ordinamento proprietario, cioè l’obbligo per l’apparato produttivo di funzionare al servizio di una ristretta élite di sfruttatori.

Da qui deriva una conseguenza decisiva: poiché la “cattiva società” riesce comunque a far funzionare, seppure male, gli affari dell’umanità, chi ne mette in discussione le basi viene percepito come una minaccia non solo per l’ordine sociale, ma per l’umanità stessa. Il critico diventa nemico, l’obbediente viene premiato. La bassezza, appunto, diventa virtù sociale.

È da questa intuizione che nasce il mio libro Destra e Sinistra – Saggio politico irriverente per delusi e smarriti. Non come esercizio nostalgico o come difesa di vecchie ideologie, ma come tentativo di comprendere perché le categorie politiche tradizionali non riescano più a descrivere il conflitto reale del nostro tempo. O peggio: perché contribuiscano a occultarlo. Destra e sinistra non sono sempre state finzioni. Hanno rappresentato, in epoche diverse, visioni alternative della società e del futuro. Ma oggi, nella loro forma attuale, funzionano sempre più come etichette rassicuranti, come ruoli dentro un copione già scritto. Offrono l’illusione del conflitto, mentre il quadro generale resta intatto.

Il problema, oggi come negli anni analizzati da Horkheimer in Crepuscolo, non è la mancanza di risorse o di conoscenza, ma la struttura del potere e il modo in cui essa si riproduce attraverso consenso, abitudine, interiorizzazione. E proprio qui emerge la vera categoria politica che il mio libro cerca di riportare al centro senza mai nominarlo esplicitamente: il rapporto tra potere e libertà. Questa non è una categoria nuova. È una delle più antiche della storia del pensiero politico. Ma è stata progressivamente rimossa dal discorso pubblico, sostituita da una contrapposizione tra schieramenti che discutono di tutto, tranne che di ciò che conta davvero. Destra e sinistra oggi divergono su linguaggi, simboli e battaglie identitarie, ma convergono nell’accettare come inevitabile l’ordine economico e sociale esistente. In questo senso, collaborano. Non per accordo esplicito, ma per condivisione tacita dei limiti del dicibile e del pensabile. Entrambe amministrano la necessità, entrambe presentano il potere come dato naturale, entrambe evitano di mettere in discussione il nesso profondo tra proprietà, dominio e libertà reale degli individui.

Horkheimer lo aveva già intuito negli appunti di Crepuscolo: ogni pensiero, ogni azione, ogni simpatia che si oppone alla classe dominante comporta un rischio personale; ogni gesto di collaborazione con l’apparato di sfruttamento globale apre invece possibilità di affermazione. Il sistema non si regge solo sulla coercizione, ma sulla ricompensa morale e sociale della conformità. Per funzionare bene, richiede adesione interiore, fede e identificazione. È qui che va compreso anche il fenomeno dell’astensionismo contemporaneo, soprattutto tra i giovani. Non come semplice disinteresse o pigrizia civica, ma come sfiducia razionale verso una politica percepita come incapace di incidere sui rapporti reali di potere. Quando la scelta è ridotta a varianti dello stesso modello, l’atto di votare perde significato.

Il mio libro nasce, dunque, da una necessità: rifiutare categorie che non spiegano più nulla e tornare a interrogarsi sul nucleo del problema politico. Non si tratta di collocarsi a destra o a sinistra, ma di chiedersi se un sistema aumenta o riduce la libertà concreta degli individui, se distribuisce o concentra il potere, se educa al pensiero critico o alla rassegnazione.

Finché continueremo a muoverci dentro la dicotomia destra/sinistra come fosse l’unico orizzonte possibile, continueremo a parlare molto senza dire l’essenziale. E finché il rapporto tra potere e libertà resterà nascosto dietro slogan e identità di facciata, la “bassezza” descritta da Horkheimer continuerà a essere premiata.

Uscire da questo crepuscolo non significa avere soluzioni pronte. Significa, prima di tutto, riappropriarsi delle domande giuste. E tornare a guardare là dove il potere preferisce che lo sguardo non si posi.

Non a destra. Non a sinistra. Ma nel punto esatto in cui il potere sfrutta e domina le masse.

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