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Nel suo libro Qui a Berlino. 1938-1940. Radiocronache dalla Germania nazista, William L. Shirer racconta l’esperienza di un giornalista isolato, ostacolato, spesso censurato, che tentò fino all’ultimo di raccontare la verità sulla Germania hitleriana. Corrispondente americano della CBS da Berlino, Shirer fu una delle pochissime voci occidentali a denunciare, giorno dopo giorno, l’efficacia micidiale della propaganda nazista, capace di rovesciare i fatti, riscrivere la realtà e convincere un intero popolo di menzogne clamorose.

Uno degli esempi più noti – e più inquietanti – riguarda l’invasione della Polonia nel settembre 1939. La macchina propagandistica del Reich riuscì a far credere ai cittadini tedeschi che fosse stata la Polonia ad attaccare la Germania, e che l’intervento militare fosse una legittima difesa. Shirer, testimone diretto, sapeva che la verità era l’esatto contrario, ma raccontarla significava scontrarsi con censura e minacce.

Quel meccanismo, descritto con lucidità quasi profetica, non appartiene solo al passato.

Oggi, osservando la narrazione dominante del conflitto tra Israele e la Striscia di Gaza, è difficile non riconoscere dinamiche sorprendentemente simili. Anche in questo caso, una parte significativa dell’opinione pubblica internazionale viene indotta a vedere Israele esclusivamente come aggressore, rimuovendo o minimizzando l’evento scatenante: l’attacco deliberato e pianificato di Hamas contro civili israeliani. Come allora, la propaganda non nega i fatti: li seleziona, li decontestualizza, li ribalta.

La parola “genocidio” viene oggi usata con disinvoltura per descrivere i civili morti a Gaza durante le operazioni militari israeliane. Ogni morte civile è una tragedia, e nessuna guerra può esserne assolta. Ma definire genocidio una guerra – per quanto brutale – significa svuotare il termine del suo significato storico e giuridico. Se così fosse, dovremmo applicare la stessa accusa anche agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, che durante la Seconda guerra mondiale, con i bombardamenti sulle città tedesche, causarono tra i 350.000 e i 500.000 morti civili. Eppure, nessuno oggi parla di genocidio di Dresda o Amburgo.

Ancora più problematico è il modo in cui vengono diffuse le cifre delle vittime. Secondo il ministero della Sanità di Gaza – controllato da Hamas, organizzazione riconosciuta come terroristica da Stati Uniti, Unione Europea e altri Paesi – i dati sui morti civili sono immediati, quotidiani, definitivi. Nessun riscontro indipendente, nessuna verifica incrociata, nessun tempo di accertamento. Storicamente, la certificazione delle vittime civili in un conflitto richiede mesi, se non anni. Eppure, in questo caso, l’immediatezza non suscita sospetti: viene accettata e rilanciata come verità indiscutibile.

Shirer spiegava come la propaganda funzioni proprio così: non imponendo il silenzio totale, ma creando una versione dei fatti talmente pervasiva da rendere ogni dubbio moralmente sospetto. Chi prova a problematizzare, a chiedere verifiche, a contestualizzare, viene isolato, delegittimato, accusato di complicità.

Nel suo racconto di Berlino, Shirer parla spesso di “isolamento comunicativo”: una società chiusa in una narrazione unica, impermeabile alle voci esterne. È lecito chiedersi se oggi anche l’Italia, almeno in parte, non stia vivendo qualcosa di simile rispetto al conflitto mediorientale. Un dibattito polarizzato, emotivo, dove la complessità storica viene sacrificata in nome di slogan morali, e dove la propaganda riesce ancora una volta a vincere sulla realtà.

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