Blog

  • Home
images

Quando Donald Trump dichiara di voler la Groenlandia, il mondo reagisce come davanti a una battuta di cattivo gusto: risate, meme, incredulità. Sembra una provocazione grottesca, un gesto da reality show geopolitico. E tuttavia nessuno dubita che quella frase sia, in qualche modo, politica. La politica contemporanea ha infatti assunto la forma dell’evento mediatico: ogni dichiarazione è un contenuto, ogni contenuto un oggetto di consumo globale. La questione, però, non è Trump. La questione è il nostro sguardo. Ci siamo abituati a pensare il presente come una sequenza di grandi narrazioni planetarie: imperi, strategie, conflitti, leader carismatici, scenari globali. È un mondo raccontato in scala cosmica, in cui ogni cittadino diventa spettatore di una storia troppo grande per essere abitata. Il risultato è un paradosso: più sappiamo del mondo, meno siamo nel mondo.

Il teorico dei media Marshall McLuhan aveva intuito che il mezzo è il messaggio. Non sono solo le parole dei leader a contare, ma la struttura del sistema comunicativo che le rende possibili. Il mezzo non trasmette il mondo: lo produce come ambiente percettivo. Trump che parla della Groenlandia non è solo un fatto geopolitico: è un prodotto dell’ecosistema mediale. È una narrazione costruita per saturare l’attenzione, per generare interpretazioni infinite, per occupare la mente collettiva. In questo senso, la geopolitica è diventata una forma avanzata di intrattenimento. Non governa soltanto territori, governa immaginari. L’iperinformazione non ci rende più lucidi: ci rende più docili. Ci illude di partecipare mentre consumiamo. Ci offre il mondo come spettacolo permanente. Seguire la geopolitica dà una sensazione di potenza cognitiva: sapere tutto, capire tutto, commentare tutto. Ma questa onniscienza è fittizia. Comprendere le strategie imperiali non ci rende più liberi; spesso ci rende più impotenti.

Il mondo appare così vasto, così complesso, così fuori scala, da rendere superfluo ogni tentativo di intervento locale. La contemplazione del macro diventa una forma sofisticata di paralisi. Si discute di Groenlandia mentre il proprio quartiere, la propria scuola, la propria famiglia restano politicamente deserti. È una nuova forma di alienazione.

La politica globale oggi è una serie televisiva permanente. I leader sono personaggi, le crisi sono stagioni, le dichiarazioni sono trailer. Ci indigniamo, tifiamo, commentiamo. Ma raramente agiamo. La critica diventa estetica, l’indignazione diventa rituale, la conoscenza diventa consumo. Scendere in piazza contro un leader lontano è spesso più facile che affrontare le strutture di potere e violenza che ci circondano ogni giorno. Il conflitto globale è un palcoscenico; il conflitto locale richiede, invece, responsabilità.

Mentre discutiamo di Groenlandia e di strategie imperiali, una notizia scorre nelle cronache locali: nel Salento, un padre condannato a undici anni per non aver protetto le figlie dagli abusi sessuali di un familiare. Bambine di tre e cinque anni lasciate sole con il loro aggressore.

Bambine. Tre e cinque anni. Abusate. In casa. Con il silenzio degli adulti.

Questo non è geopolitica. Questo è il mondo reale. Questo è il presente.

Eppure questa notizia non genera mobilitazioni globali. Non diventa simbolo. Non occupa il centro del discorso pubblico. Non produce meme, non genera think tank, non suscita dibattiti televisivi infiniti. Passa, come passano tutte le tragedie che non sono abbastanza spettacolari. È più facile scendere in piazza contro un’entità astratta che guardare la violenza che si annida nella propria comunità. È più rassicurante indignarsi contro Trump che interrogarsi sulla famiglia, sulle istituzioni locali, sulla responsabilità sociale. La protesta globale può diventare una forma di esorcismo morale: ci sentiamo giusti mentre restiamo spettatori. È una forma di deresponsabilizzazione travestita da coscienza politica.

Forse la vera propaganda non è quella dei leader, ma quella che ci spinge a guardare sempre lontano. Ci convince che il mondo sia altrove, che la politica sia altrove: in Groenlandia, a Washington, a Pechino, a Gaza.

Nel frattempo, bambine vengono violentate a pochi chilometri da noi. E la notizia scorre in fondo alla pagina.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.