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La Comune di Parigi del 1871 non fu una semplice sommossa, ma il fragoroso tentativo di un’intera classe sociale di riprendersi il possesso del proprio destino in un momento di totale disperazione. Parigi era una città stremata da mesi di assedio prussiano, ridotta alla fame e infine umiliata da un governo nazionale che, pur di mantenere l’ordine conservatore, aveva preferito arrendersi al nemico straniero piuttosto che dare ascolto alla propria gente. Quando il 18 marzo Adolphe Thiers cercò di sottrarre i cannoni di Montmartre — pagati dai parigini stessi per la loro difesa — la città rispose con un grido di dignità. I soldati incaricati del sequestro si rifiutarono di sparare sulla folla e il popolo, improvvisamente orfano di un potere centrale in fuga verso Versailles, si ritrovò padrone di se stesso in una Parigi senza autorità, dove l’aria vibrava di una libertà nuova e vertiginosa.

In quella sospensione magica, dove il vecchio mondo sembrava crollato e quello nuovo non aveva ancora regole, l’entusiasmo rivoluzionario si trasformò in un bisogno istintivo di rompere con ogni catena simbolica. Fu in questo clima di euforia e rottura col passato che i comunardi imbracciarono i fucili e, quasi all’unisono in diversi punti della città, presero a bersagliare gli orologi pubblici sulle torri e nelle piazze. Non stavano compiendo un atto di vandalismo cieco; stavano compiendo un gesto al contempo politico e metafisico. Volevano fermare il guardiano invisibile dello sfruttamento: in quell’epoca, l’orologio pubblico era il simbolo della disciplina industriale che trasformava la vita in turni di fabbrica e il respiro in profitto. Fermare le lancette significava sospendere il tempo dei padroni per permettere a un tempo umano di nascere, un istante eterno dove l’uomo non era più un ingranaggio, ma un cittadino.

In quei settantadue giorni, la Comune cercò di tradurre quel gesto simbolico in realtà vissuta, tentando di ricostruire l’integrità dell’individuo. Separò lo Stato dalla Chiesa, affidò le fabbriche alle cooperative operaie e rimosse i simboli del militarismo, come la Colonna Vendôme. Fu il primo esperimento di un mondo senza “padroni” esterni, un laboratorio di democrazia diretta dove ogni funzionario era eletto e revocabile. Eppure, se guardiamo alla nostra modernità, ci accorgiamo che quel nemico che i comunardi cercavano di abbattere colpendo i quadranti di pietra si è oggi trasformato in qualcosa di molto più insidioso.

I padroni di oggi non hanno più bisogno di grandi orologi di piazza per dettare il ritmo della nostra esistenza; il dominio si è fatto molecolare, fino a insediarsi nel luogo più intimo e inaccessibile: la nostra psiche. Possiamo ipotizzare che il vero simbolo del potere attuale sia la nostra coscienza mutilata. Se i comunardi lottavano contro una privazione materiale, noi oggi lottiamo contro una privazione dell’essere. Non serve più un esercito per impedirci di sognare, perché siamo noi stessi a sorvegliare la nostra produttività, a frammentare la nostra attenzione e ad amputare spontaneamente le parti di noi che non producono valore o consenso digitale.

Questa mutilazione della coscienza si manifesta come un’incapacità cronica di abitare il presente. Se i comunardi volevano fermare il tempo per possederlo, noi lo acceleriamo per fuggire da noi stessi. Abbiamo interiorizzato la voce del padrone a tal punto che il silenzio ci spaventa e l’ozio ci genera senso di colpa. La nostra percezione della realtà è stata ridotta per entrare negli schermi che portiamo in tasca, trasformando il pensiero in reazione emotiva immediata. La coscienza mutilata è quella che non sa più immaginare un’alternativa, quella che accetta il presente come l’unico mondo possibile, privandosi della capacità di desiderare un nuovo “tiro all’orologio” che fermi la corsa verso l’alienazione.

Recuperare questa integrità perduta è la sfida rivoluzionaria del nostro tempo. Se la Comune cercò di liberare lo spazio fisico della città, la resistenza moderna deve liberare lo spazio interiore. Curare la propria coscienza dalla mutilazione della performance significa tornare a sparare agli orologi digitali che portiamo nel cervello. Significa rivendicare il diritto alla profondità e a un pensiero che non sia merce. Solo ricomponendo i frammenti della nostra consapevolezza potremo tornare a vedere il mondo non come un destino inevitabile, ma come un cantiere aperto dove, finalmente integri, potremo ricominciare a costruire la nostra libertà.

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