Nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 ha prevalso il No con il 53,74% dei voti, contro il 46,26% del Sì. In termini assoluti, il No ha raccolto 14.461.375 voti, mentre il Sì si è fermato a 12.448.216, con uno scarto di poco superiore ai 2 milioni di voti. Pur trattandosi di una consultazione che, per sua natura, dovrebbe almeno in parte sottrarsi alle logiche ordinarie della competizione partitica, il referendum ha assunto una marcata valenza politica e qualsiasi analisi del voto dovrebbe partire da questo dato incontrovertibile. Il voto si è progressivamente trasformato in uno scontro polarizzato, nel quale l’appartenenza agli schieramenti ha pesato spesso più del merito effettivo della riforma.
I punti essenziali della riforma erano tre: la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, il sorteggio per la composizione dei due Consigli superiori della magistratura e l’istituzione di una Corte disciplinare terza. Si trattava di interventi che, almeno sul piano formale, non configuravano un’ingerenza del potere esecutivo sulla magistratura, ma intervenivano sull’assetto del suo governo autonomo. Proprio la natura tecnica di questi temi, tuttavia, ha reso più difficile una discussione pubblica realmente fondata sul merito, favorendo invece una lettura politica e identitaria della consultazione.
Anche il dato della partecipazione è significativo. L’affluenza nazionale si è attestata al 58,93%, con una netta differenziazione territoriale: più alta nel Centro-Nord, più debole nel Mezzogiorno. In particolare, regioni come Emilia-Romagna e Toscana, tradizionalmente considerate “rosse”, hanno registrato livelli di partecipazione molto elevati e, al tempo stesso, un voto nettamente orientato verso il No. Si tratta di un elemento rilevante, perché mostra come nelle aree più politicizzate la mobilitazione sia stata forte e si sia espressa con chiarezza contro la riforma. La distribuzione geografica del voto conferma questa dinamica. Il No ha prevalso in 17 regioni su 20, mentre il Sì è riuscito a imporsi soltanto in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Ne emerge una frattura territoriale evidente, che si intreccia con la geografia politica del Paese e con la diversa capacità dei due schieramenti di attivare i propri elettorati.
Sotto questo profilo, il confronto con le politiche del 2022 suggerisce una considerazione importante: nel Centro-Sud il centrodestra non è riuscito a mobilitare fino in fondo il proprio elettorato. Più che un ribaltamento netto degli orientamenti politici, il referendum sembra aver evidenziato una difficoltà del centrodestra a trasformare il proprio consenso potenziale in partecipazione effettiva, soprattutto nel Mezzogiorno. Da questo punto di vista, il risultato appare sintomatico di una minore aderenza ai territori e di un indebolimento della capacità di presidio politico locale. In regioni come la Puglia, per esempio, questo dato è apparso particolarmente evidente. La campagna referendaria del centrodestra è stata percepita come poco incisiva, con una presenza pubblica debole, una mobilitazione limitata dei rappresentanti territoriali e un’attività politica locale quasi silenziosa. Anche per questo il referendum può essere letto non solo come un voto sulla riforma, ma come il riflesso di una più generale difficoltà organizzativa e comunicativa del centrodestra in una parte del Sud.
La campagna è stata inoltre segnata da una forte asimmetria comunicativa. Il centrodestra e il fronte del Sì non sono riusciti a costruire una narrazione autonoma altrettanto efficace e hanno finito in larga parte per inseguire i temi imposti dal No. Ne è derivato uno squilibrio evidente: mentre la comunicazione del centrodestra si è concentrata soprattutto sulla polemica contro la “casta” dei magistrati, quella del centrosinistra ha potuto presentarsi come difesa della Costituzione, della democrazia e degli equilibri di garanzia. Era un messaggio più ampio, più simbolico e più mobilitante. Per questa ragione, non convince una lettura che contesti soltanto al fronte del Sì una comunicazione troppo semplicistica, senza riconoscere l’evidente carattere propagandistico, e per molti aspetti ancora più marcato, della campagna del No. Se anche il Sì ha semplificato, il No lo ha fatto in modo ancora più accentuato, spostando il confronto dal contenuto della riforma verso una rappresentazione fortemente allarmistica e iperpoliticizzata. La natura tecnica del referendum ha finito così per favorire chi sapeva parlare in modo più immediato sul piano emotivo. Il centrosinistra è riuscito a mobilitare meglio il proprio elettorato, mentre il centrodestra non ha saputo tradurre il proprio consenso politico in partecipazione referendaria. Il confronto pubblico si è progressivamente allontanato dal merito delle modifiche proposte e si è spostato verso una contrapposizione identitaria, simbolica e largamente fondata sulla delegittimazione reciproca.
Da ultimo, il referendum sembra restituire un dato più generale, che riguarda l’intero Paese e in misura ancora maggiore il Mezzogiorno: diventa sempre più difficile portare nel dibattito pubblico argomenti complessi e ragionamenti di merito, mentre risultano più efficaci la semplificazione, lo slogan e il richiamo all’appartenenza. In questa consultazione, la costruzione del consenso è passata attraverso televisione e social, molto più che attraverso i partiti e i loro presìdi territoriali. Ed è questo, forse, l’aspetto più preoccupante: quando a prevalere è soprattutto l’impatto emotivo della comunicazione, il cittadino rischia di reagire più a impulsi esterni che a una valutazione autonoma e consapevole. E una democrazia nella quale il consenso si forma in questo modo è inevitabilmente una democrazia più fragile.