Si vogliono proporre alcune riflessioni sulla comunicazione politica referendaria del 22 e 23 marzo 2026 partendo dall’analisi del libro di Andrea Busetto Sono stato fascista, edito da Gastaldi Editore nel 1947. Questo testo non è soltanto una testimonianza autobiografica: è un libro che interroga il presente. Attraverso il racconto di chi ha vissuto il fascismo, il suo consenso, il suo disfacimento e la tragedia morale che ne seguì, l’autore offre una riflessione che oggi appare sorprendentemente attuale, soprattutto se letta alla luce della comunicazione politica che accompagna il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026.
Busetto non scrive per autoassolversi né per indulgere nella nostalgia. La sua è una confessione civile, che attraversa l’illusione, l’adesione, la presa di coscienza e infine la disillusione. Il cuore del libro non è la cronaca storica, ma la diagnosi morale: il fascismo non fu solo un regime, fu anche una cultura dell’identità contrapposta, della fazione che si sostituisce alla Nazione.
È in questo passaggio che il libro diventa straordinariamente attuale.
Nella comunicazione che accompagna il referendum costituzionale del 2026, il confronto sul merito della riforma sembra spesso cedere il passo a una narrazione identitaria: non tanto “cosa cambia” o “quali effetti istituzionali produrrà”, quanto piuttosto “chi siamo” e “da che parte stiamo”. La riforma diventa bandiera, non oggetto di analisi.
Busetto ci mette in guardia proprio da questo slittamento.
Scrive Busetto: “I Partiti al potere devono convincersi che non sono essi lo Stato, che assommano tutti gli individui, ma minoranze, sia pure ragguardevoli, ma sempre minoranze; e la fazione non può imporsi alla Nazione. […] Basta con la giostra dei partiti, basta con il settarismo.”
Queste parole, nate dall’esperienza del collasso di un regime totalitario, suonano oggi come un monito contro la degenerazione della comunicazione politica in conflitto permanente. Nel dibattito referendario si osserva una crescente polarizzazione: la riforma non viene solo sostenuta o criticata, ma caricata di significati simbolici assoluti — come se votare “sì” o “no” coincidesse con l’appartenenza morale a una comunità.
Busetto denuncia proprio questo: il momento in cui la politica smette di essere confronto tra opzioni e diventa scontro tra identità. Quando la “fazione” pretende di incarnare la totalità del bene pubblico, il dissenso diventa tradimento, l’avversario un nemico.
Un altro passaggio fondamentale del libro è l’appello contro la divisione permanente: “Basta con il settarismo. […] tralascino in nome di Dio dal dividere gli italiani in fascisti e antifascisti: troppo a lungo hanno durato queste assurde, inumane divisioni.”
Qui Busetto coglie un nodo centrale della comunicazione politica contemporanea: la tendenza a riattivare categorie simboliche forti — spesso storicamente cariche — per mobilitare consenso emotivo. Anche nel referendum del 2026, il rischio è che il linguaggio pubblico ricada in semplificazioni duali: riformisti contro conservatori, moderni contro retrogradi, difensori della democrazia contro suoi presunti sabotatori.
Ma una riforma costituzionale dovrebbe essere valutata nel merito: equilibrio dei poteri, rappresentanza, stabilità, garanzie. Quando il linguaggio politico privilegia l’appartenenza rispetto all’argomentazione, il confronto si impoverisce.
Busetto ci ricorda che le divisioni ideologiche, se non radicate nel merito ma nell’identità, diventano “negazione della ragione e della giustizia”. È un’accusa severa, ma profondamente civile.
Sono stato fascista è dunque un libro che invita alla responsabilità del linguaggio politico. Non chiede uniformità di opinioni, ma sobrietà nel confronto. Non invoca neutralità, ma rispetto della complessità.
Il valore del libro di Busetto, come tutti i buoni di libri di cultura, non sta soltanto nella memoria storica, ma nella sua forza etica. Leggerlo oggi significa interrogarsi sul modo in cui parliamo di politica, su come costruiamo il consenso, su quanto spazio lasciamo al dubbio e all’argomentazione.
Se il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 rischia di trasformarsi in uno scontro identitario, Sono stato fascista ci ricorda che le democrazie non muoiono solo per colpi di Stato, ma anche per l’incapacità di riconoscere nell’avversario un interlocutore e non un nemico.
Ed è forse questa la lezione più attuale del libro: la democrazia non si difende gridando più forte, ma ragionando meglio.