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la vitalità del male

L’analisi che di seguito verrà svolta si poggerà su alcuni discorsi di grandi pensatori e intellettuali che, in questi tempi bui, possono aiutarci a sviluppare e comunicare conoscenza. Il tema che si cercherà di approfondire è il rapporto tra il bene e il male e come tale rapporto si realizza storicisticamente e ontologicamente. Chiaramente sono solo brevi accenni rispetto all’incommensurabilità dell’argomento.

Iniziamo con il pensiero di Franco Cassano, nel suo libro “L’umiltà del male”. Egli si occupa proprio del male come movimento umano teso a sottomettere gli uomini ad opera di altri, o meglio, di pochi altri. 

Franco Cassano sostiene che “il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze”. 

“Si osserva preoccupati alla straordinaria vitalità del male, della sua fecondità e capacità di espandersi. Nella sua lunga sfida contro il bene, il male riesce a partire con un margine di vantaggio difficile da annullare. Questo vantaggio del male dipende in primo luogo dalla sua umiltà, da un’antica confidenza con la fragilità dell’uomo. Del resto chi lavora sulle tentazioni non può non conoscere le nostre debolezze. Il bene, invece, è così preso dall’ansia di raggiungere le sue vette che spesso finisce per voltare le spalle all’imperfezione dell’uomo, lasciandola tutta nelle mani delle strategie del male. Chi ha gli occhi fissi solo sul bene, spesso ha deciso di non guardare altrove: l’urgenza di giudicare, di misurare l’essere sul metro del dover essere, lo porta a guardare con impazienza chi rimane indietro, e tale mancanza di curiosità lo porta alla sconfitta. Il male approfitta della distrazione o della boria del bene per mettere le tende e costruire alleanze. Nella cupa bramosia del potere c’è, infatti, del metodo”.

“Se il bene ha scelto di essere una minoranza, il male ha scelto la maggioranza degli uomini, e lavora su di essa, interrompendo tutte le vie di collegamento con i migliori”.

“Ovviamente questa attenzione per i più deboli non nasce da un sentimento di fraternità e condivisione, ma dal desiderio di usarli per i propri fini, per mantenerli per sempre fanciulli e dipendenti, ignoranti e ubbidienti ai potenti. Oggi, la capacità di coltivare ed esaltare la debolezza dell’uomo, di riprodurne la fanciullezza ha assunto forme nuove. Non più con il rinvio alla salvezza eterna e a verità rivelate, ma con l’idolatria degli eroi della società dello spettacolo. Con la fabbrica delle tentazioni, di questa ossessiva concentrazione su se stessi e sugli orgasmi del presente”.

“Perché le cose comincino a cambiare è necessario che il bene si giri verso l’imperfezione dell’uomo e smetta di guardarla dall’alto della sua presunzione. Tale presunzione è anch’essa una forma di imperfezione. Salvarsi in pochi non è solo triste, ma anche impossibile. Si tratta di scegliere anche i molti, ben sapendo che la scelta di cercare un consenso vasto e popolare è piena di trappole e di tentazioni. La fragilità e le imperfezioni non sono aspetti secondari della nostra condizione di uomini, ma una parte fondamentale della condizione umana, una parte che ci accomuna. Nessuno di noi è perfetto”.

Queste lucide considerazioni di Franco Cassano fanno eco ad altre profonde riflessioni e precisamente a quelle che Dietrich Bonhoeffer scrisse nel lontano 1942, in pieno regime nazista. Costui è stato un teologo luterano tedesco che ha partecipato alla resistenza contro il nazismo, è stato per questo incarcerato e poi giustiziato nel 1945. Il suo pensiero è stigmatizzato nella monumentale opera “Resistenza e resa – Lettere e scritti dal carcere”.           

Nell’introdurre le argomentazioni di Bonhoeffer, personalmente ritengo che uno degli strumenti che il potere utilizza per perpetrare il male e alimentare la fragilità delle persone è il camuffarsi con i lindi vestiti del bene. Affinchè la maggioranza delle persone non si accorga di questo camuffamento, all’individuo della società costituita viene tolta, sin da bambino, la capacità di pensare autonomamente tramite falsi bisogni e aspettative di felicità basate solo ed esclusivamente sul benessere materiale. Grazie all’industria culturale, il male riesce ad escludere dall’immaginario collettivo ogni anelito all’esperienza interiore e alle domande di senso. Senza senso e significato nella vita, il cittadino contemporaneo cade nella trappola del materialismo dove il pensiero e l’intelletto si rivolgono solamente a ciò che appare utile e non anche a quello che è giusto e vero.

Di seguito riporto alcune riflessioni di Bonhoeffer reperibili nel testo sopra citato.

“Il male si camuffa e si presenta nella figura della luce del bene, di ciò che è giusto socialmente”. Questo mascheramento del male scompagina tutti i concetti etici. Agire contro il male appellandosi allo spontaneismo, alle migliori intenzioni, al fanatismo etico e a una non definita libertà personale, ma senza comprendere la vera sostanza dalla realtà del male, può diventare più pericoloso che rimanere fermi.

“La malvagità non si manifesta oggi per quella che è realmente”. Bonhoffer sostiene che la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. “Contro la stupidità non abbiamo difese, qui non si può ottenere nulla né con le proteste né con la forza”. E’ evidente che in questo passaggio l’autore vuole riferirsi alla maggioranza della popolazione tedesca compartecipe agli oligarchi nazisti delle più atroci nefandezze. Le motivazioni non servono a niente in quanto i fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali, vengono rinnegati e silenziati. “Non è possibile persuadere con argomentazioni lo stupido, è una cosa senza senso e pericolosa. Se vogliamo trovare il modo di spuntarla con la stupidità dobbiamo cercare di conoscerne l’essenza. Ci sono uomini straordinariamente elastici dal punto di vista intellettuale che sono stupidi e uomini molto goffi intellettualmente che non lo sono affatto”.

“La stupidità non è un difetto congenito, ma piuttosto, che in determinate circostanze gli uomini vengono resi stupiti ovvero si lasciano rendere tali. Sotto la schiacciante impressione prodotta da l’ostentazione di potenza, l’uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia, così più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano”.

“Il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui personalmente ma con slogan, motti ecc., da cui egli è dominato”. 

“È ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito che coinvolge la sua stessa persona. Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale. La stupidità non potrà essere vinta impartendo degli insegnamenti, ma solo da un atto di liberazione. Ci si dovrà rassegnare al fatto che nella maggioranza dei casi un’autentica liberazione interiore è possibile solo dopo essere stata preceduta dalla liberazione esteriore. Fino a quel momento dovremmo rinunciare ad ogni tentativo di convincere lo stupido. Chiaramente, il rischio di lasciarci spingere al disprezzo degli uomini è molto grande. Disprezzando gli uomini cadremmo esattamente nello stesso errore dei nostri avversari. Niente di ciò che disprezziamo negli altri c’è completamente estraneo. Riflettiamo poco sulla debolezza dell’uomo e su quanto sia esposto alla tentazione”.

Per liberazione esteriore si intende quel momento in cui il soggetto, comunque deficitario di volontà autonoma, si accorge dell’inganno solo allorquando dall’esterno, l’apparato del potere viene distrutto o implode su se stesso per palesi contraddizioni. Solo allora il cittadino si accorgerà che ciò che il potere propagandava come “bene” è invece “male”. In questi casi il cittadino non ha intrapreso un percorso di consapevolezza interiore, ma ha solo assistito, sempre passivamente, al capovolgimento e alla fine di un determinato modello sociale imposto. 

Dobbiamo imparare a valutare gli uomini più per quello che soffrono che per quello che fanno o non fanno. L’unico rapporto fruttuoso con gli uomini e specialmente con i deboli è l’amore

L’amore inteso come volontà di mantenere la comunione tra gli uomini e non confuso con il sentimentalismo.

“Noi ci troviamo al centro di un processo di involgarimento che interessa tutti gli strati sociali, pertanto è vitale salvaguardare Il rispetto dovuto a sè stessi e agli altri. Si tratta di riscoprire su tutta la linea esperienze di qualità ormai sepolte. Si tratta di un ordine fondato sulla qualità”. 

Dopo le acute osservazioni di Franco Cassano e Bonhoeffer vorrei terminare questo breve contributo con le parole di Aleksandr Solzhenitsyn nel discorso che egli tenne all’Università di Harvard l’8 giugno del 1978. Solzhenitsyn, premio nobel per la letteratura nel 1970, è uno dei più importanti e noti scrittori russi della seconda metà del Novecento. Celebre la sua opera “Arcipelago Gulag” in cui narra la sua prigionia durante il regime stalinista.

Ebbene costui, nel discorso ad Harvard, si scagliò contro la società occidentale, in particolare quella statunitense. Denunciò il suo decadimento culturale e la crisi spirituale, nonostante le conquiste tecnologiche celebrate dal progresso. “E’ l’uomo che decide la misura di tutte le cose sulla terra – l’uomo imperfetto, che non è mai privo di orgoglio, egoismo, invidia, vanità e decine di difetti.” Il benessere materiale ha sostituito il benessere interiore, anzi lo ha viziato facendolo rovinare verso l’abisso della disperazione. Nel Cammino dal Rinascimento, fino ai nostri giorni, abbiamo arricchito la nostra esperienza, ma abbiamo perso il concetto di un’entità completa suprema, da ascoltare per porre limiti alle nostre passioni e alla nostra irresponsabilità. Abbiamo avuto troppa fiducia nella politica e nelle riforme sociali, per poi scoprire che ci stavamo privando del possesso del nostro bene più prezioso: la nostra vita spirituale.”

In una lettera dal carcere di Berlino del 27 novembre 1943, Bonhoeffer scrive: 

“L’esperienza tanto intensiva che ora siamo costretti a fare degli aspetti più orribili della guerra, in futuro, se sopravviveremo, costituirà la ineludibile esperienza di base del fatto che una ricostruzione sia interiore sia esteriore della vita dei popoli è possibile solo sul terreno del cristianesimo”.

Tre grandi pensatori che pur mai incontrandosi ed appartenenti anche periodi diversi, ci suggeriscono lo stesso percorso di luce e di qualità. La cultura è quel fuoco che brucia nonostante tutto sempre sotto la cenere.

“Il dialogo della cultura attraversa sempre la coltre dei secoli per raggiungere coloro che sono in ascolto. Per molti versi potremmo definire questo dialogo come una sorta di “radio extratemporale”, una teoria curiosa ed interessante che associa ed accomuna anime diverse e lontane attraverso tempi, lungo le direttive e le tangenti della storia.” (cit. di Sergio Caldarella)

Scorci d’orizzonte che si diradano nella fitta nebbia del nostro triste presente.

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