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Dopo quasi due anni dall’inizio dell’emergenza sanitaria, c’è una parte sostanziale della società che rimane scettica rispetto al racconto pandemico non riuscendo, per questo motivo, ad affidarsi alle imposizioni sanitarie istituzionali. Questi cittadini che vorrebbero dissentire, poco la volta aumentano di numero in quanto le misure restrittive colpiscono cronologicamente in successione diverse classi di soggetti, rispettivamente: i sanitari, il personale scolastico ed infine tutti i lavoratori pubblici e privati. Nella gran parte dei casi, il cittadino inizia la sua protesta solo e allorquando viene interessato personalmente dai vari provvedimenti normativi, quando la propria esistenza viene toccata direttamente. Prima di questo momento, quel cittadino, assiste e osserva passivamente quello che accade. La contestazione che oggi si muove dentro la società è più che altro un’opposizione contro il contingente avente ad oggetto la richiesta di  porre fine a tutto quello che opprime la propria posizione particolare. E’ un dissenso che non ha la forma di un’organizzata e rilevante rivolta popolare contro il sistema costituito, ma si sostanzia in una timida, ingenua, raffazzonata, puerile, sterile protesta individuale, solo in apparenza collettiva. L’obbligo del lascia passare verde, della mascherina, del distanziamento fisico sono degli epifenomeni di una struttura del controllo operante da tempo. Per tale motivo, la contestazione va rivolta alla struttura sociale in quanto tale e non solo alle sue componenti oggi manifeste.

Uno degli strumenti più gettonati che il cittadino utilizza come mezzo di contestazione è quello giuridico: diffide, petizioni, azioni giudiziarie. Da quasi due anni si è ancora alla ricerca spasmodica dell’avvocato che offre soluzioni più convincenti. Sono nati veri e propri guru del web che offrono soluzioni legali contro qualsiasi provvedimento legislativo emanato. C’è un gregge di cittadini, alla stessa stregua dell’altro gregge che segue acriticamente i dettami del Governo, che si affida ai vari proclami degli urlatori giuridici del web. La ricerca incessante di soluzioni legali all’attuale crisi democratica cosa sta producendo? Quali sono gli effetti nel concreto? La risposta è: niente! Le azioni legali in tutte le loro forme si sono rivelate, sino a questo momento, pressochè inutili, anzi, hanno prodotto giurisprudenza negativa e, perciò, sono state strumentalizzate ed hanno rafforzato il sistema e il racconto pandemico. Ci troviamo di fronte all’ennesima illusione collettiva attraverso la quale viene raccolto il dissenso con l’obiettivo di neutralizzarlo. Non abbiamo compreso che lo Stato di diritto è in questo momento sospeso e che la nostra società democratica si è involuta in una società del controllo e dell’emergenza. E’ sintomatico che anche la nostra Carta Costituzionale sembra non reggere alle incursioni della nuova dittatura sanitaria. E’ in atto una grave crisi democratica e non è con le azioni giudiziarie che si possono risolvere problemi politici. Il Prof. Angelo Imbriani nel suo ottimo articolo PIAZZE E TRIBUNALI: LA LOTTA CON ARMI ARRUGGINITE, che invito alla sua lettura integrale, afferma: “Fermo restando il buon diritto a resistere legalmente nei tribunali e a manifestare pubblicamente per esprimere il proprio dissenso, si tratta, però, di non farsi illusioni sulla possibilità di sconfiggere l’attuale “politica della pandemia”, che come dirò è una forma di biopolitica, semplicemente ricorrendo all’armamentario tradizionale dello Stato di diritto e della lotta democratica. Temo che l’opposizione all’attuale “regime sanitario” sconti quindi un deficit di analisi, un ritardo culturale. Dall’analisi bisogna sempre partire per individuare gli strumenti di lotta efficaci.”

Se la legge e il diritto si piegano alla follia e all’irrazionalità non è con le sentenze che si può interferire con l’agenda politica di un regime totalitario, nascosto sotto le mentite spoglie di una democrazia. 

Alla luce delle considerazioni sin qui svolte, ritengo non azzardato ritenere che anche sul fronte del dissenso ci sia scarsa capacità critica e pensiero autonomo. Appare evidente che il cittadino che abbia voglia di contestare e che accusa gli altri di conformismo e omologazione, sia anch’esso imbrigliato nella rete della confusione, dello stordimento a causa del frastuono mediatico, del surplus di notizie, proclami e immagini. Cosa fare davanti a tutto questo non è la domanda che si pone il cittadino che dissente. Le sue domande sono: a chi affidarsi? Dove e su chi riporre ogni speranza? Tale individuo vuole, anzi, pretende di essere tirato fuori da tutte queste costrizioni normative, accudito e preso in cura come un bambino. Spera che con qualche diffida o ricorso in tribunale tutta questa follia miracolosamente svanisca. Povero illuso!

Sul fronte del dissenso ci si imbatte anche con un’altra categoria di persone. Sono quelli che cercano di ritirarsi dalla società, di creare una società parallela realizzando delle piccole comunità. Sono quelli che pensano di chiudere la porta del mondo, rifugiandosi in un altro più piccolo e bello. Si affidano alla contemplazione e a qualche forma ascetica del sentire, distorcendo in tal modo qualche dottrina filosofica orientale. Ma ahimè, è un sentire fine a se stesso, chiuso dentro la percezione che si ha di sè e del piccolo spazio che i nostri sensi ci danno. Questo striminzito sentire senza l’intelletto, il pensiero e la riflessione fa parte sempre della stessa narrazione nichilista del neoliberismo per cui “l’individuo stesso sembra diventato parte di un progetto che non ammette altro da sé”: se sono solo quello che sento, non posso essere altro, per cui anche la realtà diventa immutabile. La possibilità di essere altro da se si traduce nel pensare, ragionare e nell’accedere alle categorie dell’argomentazione logica, quindi, anche nella capacità di saper osservare la realtà per andare oltre il reale e trovare in esso la possibilità, tramite l’azione, di cambiare la società. Questi cittadini sfuggono al confronto pubblico scegliendo l’asilo della virtù privata chiudendo occhi e bocca davanti all’ingiustizia che li circonda, come un bambino che si copre gli occhi davanti a delle immagini spiacevoli. 

Queste due forme del (finto e illusorio) dissenso, la prima ricorrendo alle soluzioni legali affidandosi a interventi esterni, la seconda ritirarsi dal mondo rinunciando all’azione e al possibile cambiamento, non scalfiggono in nessuna maniera l’agenda politica del nuovo ordine mondiale sanitario.   

Immanuel Kant nel suo testo Che cos’è l’illuminismo ci ricorda cheIlluminismo è l’uscita dell’uomo dalla minorità che è a se stesso imputabile. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza guida di un altro. Questa minorità è imputabile a sé, giacchè la causa della stessa non riposa su un difetto dell’intelletto, ma su un difetto di risoluzione e di coraggio nel servirsi senza guida di un altro.” Molti dei cittadini che cercano di ergersi contro il moderno autoritarismo non hanno il coraggio di servirsi del proprio intelletto, ma ripiegano verso la pigrizia, la codardia e la confusione. Preferiscono la fretta alla calma, la dispersione al raccoglimento, la sensazione alla riflessione, lo snobismo alla modestia, l’esagerazione alla misura, la quantità alla qualità. 

L’urgenza del momento presente, invece, ci richiama alla rivolta, a un manifesto, a un appello collettivo e comunitario che promuova un’azione che getta i fondamenti di una nuova etica dopo aver frantumato le tavole delle vecchie leggi. Rivoluzione significa in latino “ritorno”. Il ritorno alle leggi universali infrangibili del buono, del vero e del bello per cui la libertà è più importante della vita stessa. E’ necessario il ritorno alla verità e alla denuncia dell’assurdo. Rivoluzione è uno svelarsi di ciò che prima era occultato. Un ritorno ai sani principi calpestati, a norme sempre valide che gli abusi del potere stanno violando, ma non distrutto. Ogni moto di rivolta invoca tacitamente un valore, ed oggi quel valore è la difesa della natura umana. Noi non siamo numeri, oggetti e solo un insieme di organi da aggiustare. Non siamo solo sensazioni, la nostra vita non si esaurisce dal mattino alla sera. Siamo molto di più! 

Come scrive Albert Camus nell’Uomo in rivolta “Per essere l’uomo deve rivoltarsi”, tanto che un nuovo cogito può essere pronunciato: io mi rivolto, dunque sono! 

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