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Tratto dal libro “Il medico a una dimensione – La medicina tra etica e diritto”

La scienza deve sempre cedere il passo dinanzi al diritto. Il contrario condurrebbe verso una concezione di Stato tecnocratico e non più democratico. Pertanto, è assolutamente urgente continuare a discutere a livello politico del rapporto che intercorre tra norma giuridica e norma tecnica, sui problemi che derivano dall’applicazione delle norme tecniche, ma anche su quelli che sorgono in relazione al momento della loro produzione. L’esistenza di un pericolo per la democrazia contemporanea è attuale e concreto. La graduale erosione della sovranità statale da parte di soggetti sovra, inter e transnazionali pubblici e privati è evidente. Si pensi in modo esemplificativo all’influenza delle agenzie di rating, a livello finanziario, e alle comunicazioni ufficiali dell’OMS e della comunità scientifica pubblica e privata. Infatti la produzione normativa tecnica viene affidata sempre più spesso a soggetti di elevate conoscenze specialistiche che, composti da personale altamente qualificato, svuotano il ruolo degli organi naturalmente deputati alla produzione di norme giuridiche. 

Se, come è stato considerato sino a questo momento, il metodo della scienza medica è compromesso ab origine perché non più attuale dal punto di vista del suo paradigma scientifico di riferimento, non trasparente per l’annosa questione irrisolta dei conflitti di interesse e privo di un efficace ed organico controllo pubblico, anche le norme giuridiche che recepiscono passivamente il dato tecnico sono viziate, per gli stessi motivi, nella loro legittimità. 

Il conflitto tra diritto e scienza, tra democrazia e sapere specialistico è un conflitto che esiste e che arriva da lontano. La democrazia è il sistema delle decisioni prese a maggioranza dopo un dibattito e una adeguata conoscenza. La scienza, invece, è regolata dal criterio della competenza. Quindi necessariamente esclude il valore delle opinioni dei profani, di coloro che non possiedono adeguate competenza sull’argomento. Tra scienza e diritto è necessario trovare una soluzione democratica che certamente non può essere un approccio populista e demagogico di chi dice “mettiamo ai voti la scienza”. Non può essere neanche un atteggiamento elitario, autoritario e dogmatico, e quindi antidemocratico, di chi ritiene che i membri della comunità scientifica, in virtù della loro competenza, parlino dall’alto di una torre d’avorio con il loro messaggio universale e infallibile. Il medico non è più quel sacerdote che interviene con poteri sulla vita e sulla morte per ripristinare lo stato di salute quale dono di Dio. 

Noi viviamo in uno stato laico, e lo stato laico non è solo quello affrancato dai dettami religiosi, ma da ogni verità dogmatica, religiosa e scientifica. Per questo lo scientismo e la tecnocrazia, cioè il potere degli scienziati e dei tecnici di imporre scelte normative che possono anche modificare i valori sociali fondamentali di una comunità, come per esempio quello della libertà, è quanto di più antidemocratico e pericoloso. 

Il campo della scienza è quello del possibile e del fattibile. La scienza può giungere a fabbricare la bomba atomica. Invece le scelte giuridiche, il diritto, hanno un fine ben diverso che è verificare quello che può essere giusto ed opportuno. Quello che è giusto e opportuno può anche non coincidere con quello che è possibile e fattibile. 

In altri termini, la scienza, e in particolar modo la medicina e i suoi metodi, deve essere sempre sottoposta al giudizio della collettività, attraverso le regole democratiche, che decide se e come usarla.

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