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Conflitti d’interessi3
Tratto dal libro “Il medico a una dimensione – La medicina tra etica e diritto”

Il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), istituito con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri il 28 marzo 1990, svolge sia funzioni di consulenza presso il Governo, il Parlamento e le altre istituzioni, sia funzioni di informazione nei confronti dell’opinione pubblica sui problemi etici emergenti con il progredire delle ricerche e delle applicazioni tecnologiche nell’ambito delle scienze della vita e della cura della salute. 

Il Comitato Nazionale per la Bioetica decise di attivare nel 2005 un gruppo di lavoro sul tema del conflitto di interessi in medicina. L’elaborato che ne conseguì fornisce spunti interessanti: “È appena il caso di sottolineare la delicatezza del tema affrontato in questo documento. La crisi della medicina ippocratica, il diffondersi di una visione riduttivamente contrattualistica del rapporto medico/ paziente, la suggestione che modelli di pensiero utilitaristici (spesso mal compresi e soprattutto mal applicati) esercita su tanta parte dell’opinione pubblica opinione contemporanea, la tecnicizzazione esasperata che caratterizza le più recenti, ed anche le più efficaci, metodologie diagnostiche e terapeutiche non possono che esasperare questioni che erano ben note alla tradizionale etica medica, ma che sono ormai divenute tali da richiedere nuove e rigorose forme di approccio”. 

Il documento parte da un presupposto logico: i medici che si occupano della ricerca applicata e dei problemi concreti dei pazienti sono soggetti sociali, che agiscono nella comunità umana e che hanno, quindi, desideri, programmi e ambizioni come tutti gli altri componenti di tale comunità. Essi lavorando in un mondo nel quale gli interessi economici sono spesso enormi sono fortemente esposti a conflitto di interesse. Il Comitato dà una definizione di conflitto di interesse: “si ha conflitto di interesse quando ci si trova in una condizione nella quale il giudizio professionale riguardante un interesse primario (la salute di un paziente o la veridicità dei risultati di una ricerca o l’oggettività della prestazione di un’informazione) tende a essere indebitamente influenzato da un interesse secondario (guadagno economico, vantaggio personale” (Bobbio 2001)”. 

Nonostante ci siano dei doveri etici del ricercatore di effettuare le proprie osservazioni in modo tale che queste risultino quanto più possibile fedeli e complete, tali imperativi etici possono essere talvolta non rispettati tanto da produrre falsi scientifici, e ad avviso del Comitato il fenomeno dei falsi scientifici non è sempre di facile interpretazione in una disciplina come la medicina, nella quale l’oggetto di studio – l’uomo sano e quello malato – è eccezionalmente complesso. Infatti molto spesso le osservazioni difettano di quel rigore e di quell’oggettività che sono più facilmente raggiungibili nelle scienze del mondo inorganico e nelle altre discipline biologiche che si occupano di organismi più semplici di quello umano. Anche i punti di vista dai quali può essere affrontato uno specifico problema biomedico, sono, in medicina, molto spesso così numerosi che non è facile stabilire nelle varie circostanze quale sia l’approccio migliore. 

Parallelamente, anche la pratica medica può essere facilmente influenzata dal mondo dell’industria, che opera a stretto contatto con i medici che professano la loro attività nelle strutture assistenziali. A riprova di tutto ciò in un’indagine effettuata negli Stati Uniti per iniziativa della Healt Partners Research Foundation di Mineapolis, e condotta su 3.247 ricercatori, ha messo in luce come un numero rilevante degli intervistati abbia ammesso di aver proposto interpretazioni non corrette dei dati ottenuti e come circa il 15% abbia confessato di aver modificato il proprio studio su pressione degli sponsor commerciali (Corriere della Sera 16/06/2005). 

Il Comitato ritiene che la ricerca e la pratica clinica sono sensibilmente influenzate dal mondo dell’industria e che i clinici sono esposti al pericolo di prendere decisioni che non sono sempre legate all’interesse del paziente del quale hanno il dovere di prendersi cura. Infatti, secondo alcune valutazioni circa i tre quarti delle ricerche biomediche che vengono condotte nelle strutture assistenziali, sarebbero sostenute dall’industria. Ed è chiaro che se l’industria medica privata deve produrre un profitto per mantenersi sul mercato, è necessario che essa cerchi di promuovere la vendita dei propri farmaci, apparecchiature, attrezzature e quant’altro. 

Di fronte alle industrie stanno i medici, che divengono inevitabilmente il punto ultimo delle pressioni esercitate dal mondo industriale per realizzare i propri obiettivi economici. Si viene così a creare un rapporto del tipo “ricercatore/committente” fra il medico che esegue una ricerca e l’industria che concepisce, programma, organizza, finanzia e, alla fine, cura la pubblicazione della ricerca stessa. 

Nelle considerazioni finali del documento il Comitato elenca le situazioni che si vengono frequentemente a creare: 

1) l’industria spesso non fornisce ai medici un’informazione neutrale e completa, ma un’informazione già indirizzata creata nei propri uffici

2) i farmaci prodotti sono spesso duplicati di altri farmaci già esistenti che non presentano vantaggi rispetto a questi ultimi e che vengono venduti a un prezzo superiore. L’industria promuove solitamente i medicamenti più recenti e costosi e a tal fine a volte elargisce ai medici vari tipi di “doni” che inducono nei sanitari un atteggiamento incline all’iperprescrizione o alla prescrizione dei farmaci più costosi; 

3) l’industria controlla e indirizza la ricerca attraverso i finanziamenti che elargisce all’Università; 

4) l’industria a volte interrompe ricerche non favorevoli o ne impedisce la pubblicazione. In altri casi distorce una ricerca in corso, sostituendo prima gli obiettivi con obiettivi surrogati; 

5) i dati delle sperimentazioni clinico-farmacologiche rimangono spesso nelle mani dell’industria e non vengono mai messi a disposizioni dei ricercatori che li hanno prodotti. A questi ultimi i dati vengono forniti soltanto quanto sono stati rielaborati dagli uffici statistici delle aziende; 

6) l’industria, in quanto proprietaria dei risultati, non pubblica i risultati negativi; 

7) le riviste scientifiche non pubblicano articoli con dati negativi perché di scarso interesse scientifico o commerciale; 

8) l’industria condiziona, attraverso la pubblicità, le maggiori riviste mediche i cui riferimenti spesso hanno rapporti di dipendenza economica dalle aziende; 

9) i medici che redigono le rassegne o le linee guida spesso non sono indipendenti dalle industrie; 

10) anche le pubbliche amministrazioni spesso non sono indipendenti dalle industrie. 

Della questione si è occupata anche la rivista online quotidianosanità.it con un articolo del 27/05/2014 a firma del dott. Luca Pani (Direttore generale dell’Aifa – Agenzia Italiana del Farmaco). L’articolo pone l’attenzione su di una pubblicazione apparsa sul Journal of Evaluation in Clinical Practice a opera di Susanna Every-Palmer, psichiatra consulente forense, e Jeremy Howick, ricercatore del Centre for Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford. I due autori evidenziano che “dall’introduzione dell’EBM (evidence based medicine), i costi per la salute sono aumentati, mentre le evidenze di alta qualità non sono state numerose. Forse perché i trial randomizzati sono stati spesso alterati dagli interessi dei soggetti coinvolti nella scelta delle ipotesi da testare nei trial stessi, dalla conduzione degli studi e dalla comunicazione selettiva dei risultati. La criticità che emerge dallo studio è la relazione tra committenti, finanziatori e risultati dei trial. Tra i due terzi e i tre quarti di tutti gli studi randomizzati pubblicati sulle maggiori riviste si sono rivelati finanziati dall’industria, e vi sono evidenze chiare che gli studi finanziati 

dall’industria producono risultati diversi dagli studi indipendenti. Quando l’applicazione della tecnica, in questo caso medica, viene utilizzata come fine e non come mezzo al servizio della persona e della comunità, le conseguenze negative di cui sopra sono inevitabili.

Bisognerebbe realizzare percorsi di salute interamente pubblici ed eliminare ogni contaminazione privatistica e, perciò, lucrativa.

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