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Accenni e riflessioni al libro di Hans-Georg Gadamer  “Dove si nasconde la salute”

In ogni campo possediamo un’accresciuta capacità pratica, tanto ammirevole quanto temibile, che è necessario inserire nel complesso di un ordine politico. Da secoli abbiamo trascurato di adeguare la nostra cultura al progresso e alla tecnica, tanto che, oggi, le nostre azioni minacciano la stessa sopravvivenza della specie umana. Pensiamo per un attimo allo sviluppo tecnologico delle armi di distruzione di massa e all’inquinamento ambientale dovuto alla tecnica industriale. Albert Einstein sentenziava che “Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta sì: con bastoni e pietre.” Assistiamo ipnotizzati all’enorme uso e abuso che si può fare di ciò che viene artificialmente prodotto. L’abilità scientifica, non appena promette qualche vantaggio, si trasforma in modo inarrestabile in tecnica sottoposta al controllo del sistema economico vigente. All’informazione scientifica e al progresso tecnico della nostra civiltà non è corrisposto un analogo sviluppo della coscienza etica e sociale. Il progresso della tecnica incontra un’umanità impreparata. Rimane un dovere della società sorvegliare l’applicazione delle capacità acquisite scientificamente affinché tutto quello che è possibile tecnicamente sia vagliato dai valori etici che una comunità deve darsi. 

La custodia della salute costituisce una piccolissima parte rispetto all’insieme dei compiti che ci stanno davanti. Discutere dello stato e dei metodi della medicina moderna è doveroso da parte di una società che si dice “della conoscenza”. L’ammontare della spesa pubblica sanitaria, divenuto sempre più preoccupante, impone addirittura categoricamente che la cura della salute torni ad essere sentita e accettata come un compito generale della popolazione stessa. Invece, lo sviluppo e la specializzazione della capacità tecnico-scientifica ha indebolito le forze che ci permettono di prenderci cura di noi, delegando la responsabilità di ognuno al richiamo della divinità scientifica.

La medicina si poggia sul metodo delle scienze naturali per cui l’ideale della certezza diviene il criterio di ogni conoscenza e ha valore di esperienza solo ciò che è controllabile e misurabile. La questione principale è che non è possibile misurare la salute, proprio perché essa rappresenta uno stato di intrinseca adeguatezza e di accordo con se stessi. 

Sempre nuovi settori della vita umana vengono sottoposti al dominio tecnologico per cui si è realizzata una dilatazione mondiale della ricerca e la sua crescente specializzazione. Questa iperspecializzazione si è trasformata in un sapere settoriale riducendo in questo modo l’orizzonte conoscitivo dello studioso per cui solo quello che è misurabile e quantificabile è scienza e può essere studiato. L’esperienza interiore, invece, non essendo possibile rinchiuderla in un esperimento di laboratorio, in una provetta o in uno studio statistico, non lo è. L’applicazione delle conoscenze scientifiche a campi in cui entra in gioco ciò che oggi si definisce la comprensione che l’uomo ha di se stesso, non provoca solo dei conflitti, ma mette in gioco fattori che rivendicano la propria legittimità. Una scienza che non si occupa dell’uomo nella sua totalità è destinata ad entrare in conflitto con lo stesso concetto di scienza e, soprattutto, con i valori etici, in quanto il rischio di perdersi nelle perversioni della sofistica e del profitto è molto elevato.

Nei percorsi di cura, non viene applicato unicamente un sapere tecnico generale, ma è in gioco anche e soprattutto la facoltà di giudizio del medico nel riconoscere quando e quanto in una data situazione debba essere applicata una regola universale. È un compito che si presenta ogniqualvolta bisogna applicare un sapere di carattere generale. L’attività medica si sostanzia in una sana dialettica e costruttiva tensione tra il sapere teoretico e l’agire pratico. Con l’istituzionalizzazione della scienza medica e la sua burocratizzazione ad attività aziendale, si assiste, invece, ad un suo ripiegamento verso il solo e freddo sapere tecnologico e protocollare, schiacciando in un angolo l’aspetto umanistico e valoriale. Così vengono trascurati dalla medicina moderna sia l’autonomia nella formazione dei giudizi del medico che il suo agire basato su una propria capacità di valutazione. È lo sviluppo della civiltà moderna a fondare questo atteggiamento. Il medico, oggi, incontra sempre minori possibilità di decidere liberamente e autonomamente il proprio comportamento sanitario. È la tecnica stessa ad eliminare in realtà progressivamente la spontaneità di chi si serve di lei. Chiunque la utilizzi si deve sottomettere ai suoi criteri specifici e per questo rinunciare alla propria libertà, finendo per dipendere dal suo corretto funzionamento. Tornando alla medicina, considerata da un punto di vista formale, ogni diagnosi consiste nell’includere un caso specifico nella generalità di una malattia, ma la vera arte sta nel riconoscere le differenze ed è questo aspetto a costituire il suo reale significato. Per ottenere questo risultato sono certamente necessari sia il sapere medico generale sia quello specialistico. Tutto ciò però non basta. Gli errori diagnostici, evidentemente, non sono in genere a carico della scienza, bensì a carico dell’arte e infine del giudizio del medico. Il suo sapere è sostanzialmente diverso da quello dell’Artigiano. La salute del paziente non può essere qualcosa da mostrare in quanto non viene realmente prodotta dal medico. Il medico non produce la salute, pertanto dovrebbe aiutare il malato a guarire sostenendo la sua stessa natura a ripristinare l’equilibrio perduto. Di conseguenza rimane aperta la questione, difficilmente eludibile, di quanto il successo della cura sia dovuto al trattamento esperto del medico e quanto la natura si sia aiutata da sé.

Il medico, rincorrendo il paradigma meccanico per cui il malato è solo un insieme di organi da aggiustare a tutti i costi attraverso l’innaturale soppressione di ogni sintomo col farmaco, ha perduto la capacità di comprendere la realtà. La realtà che ci parla e ci dice che la malattia è un percorso di ripristino e riequilibrio della salute stessa e non un male da estirpare con l’esorcismo della medicina moderna. Paradossalmente il sapere tecnico riduce il giudizio è l’autonomia del medico trasformando, il più delle volte, l’intervento sanitario in un’intromissione aggressiva nello svolgimento della cura della salute che l’organismo predispone già da sé. Senza un sapere umanistico, il sapere medico tecnologizzato è una conoscenza monca. Solo una conoscenza profonda di chi è l’uomo può accompagnare il medico a osservare la malattia come un percorso di ristabilimento dell’equilibrio perduto e a rispettare la persona nella sua autonomia e dignità sia biologica sia esistenziale. Mediante le scienze dello spirito, riceviamo sull’uomo un tipo di istruzione che completa il sapere tecnico. Con questa modalità si esprime nella sua sconvolgente ampiezza l’immensa varietà di quanto è l’uomo. La narrazione della malattia, l’affidamento del paziente alla conoscenza e alla personalità del medico e l’alleanza terapeutica che si costruisce man mano, non è frutto di chimica e biologia ma dell’incontro di due soggettività diverse che cercano di riportare la salute al suo equilibrio naturale perduto. L’immagine dell’uomo è l’unificazione delle due correnti di sapere, da una parte quella tecnica oggettiva, dall’altra quella dell’esperienza soggettiva. Invece, l’immagine primaria che la moderna scienza medica possiede della natura non è quella di una totalità che si autoequilibra. Alla sua base non si trovano né l’esperienza della vita, né quella dell’equilibrio, bensì quella della produzione e della costruzione pianificata. La scienza moderna è meccanica pura, ossia creazione artificiale di effetti che non sopraggiungono da soli. La medicina ha assorbito tale approccio, anzi è stata assorbita all’interno di questo vortice ideologico. Infatti, una delle fonti d’errore della nostra medicina moderna è fissare dei cosiddetti valori standard, per cui la malattia non si legge più negli occhi o nella voce del paziente, bensì nel fascio di valori che ci presentano i nostri apparecchi di misurazione. Così assistiamo alla dissoluzione della persona, che nell’ambito della scienza medica si realizza mediante l’oggettivazione di una molteplicità di dati, riducendola a cosa e calcolo statistico, alla stessa stregua di un bottone o ingranaggio. In strutture sociali più piccole delle nostre si aveva un tipo di prassi che non costringeva i medici a indossare il camice bianco e ad occuparsi di pazienti in preda all’ansia dopo estenuanti attese in sala d’aspetto (sindrome da ospedalizzazione – ospedalismo). Noi invece viviamo nell’epoca delle società di massa e delle istituzioni dove l’individuo deve affrontare unitamente alla propria malattia, anche la perdita della sua unicità nell’anonimato dei protocolli ospedalieri. Il medico è diventato un triste impiegato, ma con molto più denaro, della prescrizione farmacologica. Egli, anziché trovare il rimedio giusto per ogni singolo caso, dopo che la scienza ha messo nelle sua mani le leggi generali, i meccanismi e le regole, si affida fideisticamente al rosario dei protocolli che calano, come la manna, dall’alto dei cieli.  

Una sana riflessione scientifica deve mirare al completamento del sapere dell’uomo e non al nascondimento di sue parti essenziali. Abbandonato a se stesso, il progresso minaccia di diventare sempre meno una via tesa alla promozione dell’umanità. La nostra esistenza dipende in modo decisivo da questa attenzione dedicata a noi stessi. Dobbiamo urgentemente ricercare le forze che ci permettono di conservare e di ritrovare l’equilibrio, ossia la giusta misura, ciò che è adeguato a me e ad ogni singolo individuo. La scienza e la sua applicazione tecnica ha dato origine ad un sapere teso al dominio su vasta scala, producendo delle situazioni-limite, che infine si stanno rivoltando contro la natura danneggiandola. E’ compito di tutti noi, in quanto esseri umani, trovare la nostra via in questo mondo della vita ed accettare i nostri condizionamenti reciproci. Nel caso del medico questa strada comporta il duplice obbligo di unificare la sua competenza altamente specializzata e il suo far parte del mondo della vita.

La vera autorità della scienza si deve sempre basare sul valore incondizionato della legge etica. La formulazione di Kant in tal senso è chiara: “Non devi mai utilizzare un uomo soltanto come mezzo, ma devi sempre riconoscere in lui il fine a se stesso che egli è”.

Un commento

    • Francesco Paolo Schettini

    • 5 anni ago

    Grazie Domenico

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