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Essere genitori oggi è sicuramente più complesso rispetto ad altre epoche proprio per la trasformazione sociale avvenuta negli ultimi decenni anche ad opera di un’economia che impone ad entrambi i genitori di lavorare per sostenere la famiglia. La maggior parte dei padri e delle madri ha meno tempo da dedicare ai figli di quanto non ne avessero i loro stessi genitori. Inoltre, molte famiglie vivono lontane dagli altri parenti, spesso in città e quartieri in cui si preferisce non lasciare giocare per strada i bambini. Sempre più numerose sono le ore che i ragazzi trascorrono davanti a uno schermo, sia esso un televisore o uno smartphone, il che significa che non stanno fuori, all’aria aperta a giocare con altri coetanei. Se i nostri figli non apprendono le fondamentali nozioni emozionali e sociali dai genitori, dai parenti, dai vicini e dai giochi con altri ragazzi, da cosa e come possono costruire la loro identità? Ecco che il ruolo dei genitori oggi diventa molto importante perché deve anche sopperire a tutte quelle forme di socialità del bambino che prima si realizzavano spontaneamente. Il mondo moderno, costruito da un certo tipo di struttura sociale, con il quale i nostri figli devono inevitabilmente confrontarsi, è un luogo dell’immediatezza, della velocità, della possibilità di aver accesso a migliaia di informazioni con un click, dell’intrattenimento, ma è anche un luogo in cui le domande di senso e di significato non trovano posto se non limitatamente, per cui il benessere materiale e la preoccupazione della nuda vita sostituisce gli slanci etici e morali. Il sacrificio, la dedizione, il fallimento, la passione sono categorie del vissuto che mal si conciliano con l’odierno divenire sociale. “L’incapacità ormai diffusa di affrontare l’ansia, la depressione, i possibili fallimenti e delusioni accresce sempre di più la possibilità di sviluppare l’abuso di droghe, alcol, impulsività incontrollata, disturbi dell’alimentazione.” Sono le conclusioni a cui giunge Daniel Goleman nell’introduzione al testo di John Gottman – Intelligenza emotiva per un figlio. Si comprende, da queste poche righe, la complessità dei compiti che i genitori devono attraversare rispetto al passato.  

Appena diventato padre della mia primogenita, ero fermamente convinto che avrei saputo evitare quei modelli (dis)educativi del passato che i miei genitori a loro volta mi avevano impartito e trasmesso. Invece, è accaduto proprio quello che cercavo di evitare ed inconsapevolmente ho riproposto quegli stessi comportamenti che aspramente avevo criticato ai miei stessi genitori. Così, insieme alla mia compagna abbiamo iniziato ad interrogarci sui nostri atteggiamenti nei confronti di nostra figlia. A distanza di due anni è nata un’altra bellissima bambina ed è stato sempre più chiaro che dovevamo costruire un percorso conoscitivo per affrontare con maggiore consapevolezza il nostro ruolo genitoriale. Sicuramente ci ha molto aiutato confrontarci con un nostro carissimo amico psicoterapeuta, la lettura di alcuni libri tra cui l’importante testo poc’anzi menzionato di John Gottman – Intelligenza emotiva per un figlio e tanta voglia di sperimentarci. Abbiamo iniziato a rifiutare l’autoritarismo come metodo educativo per ricreare in piccolo una democrazia in cui noi genitori e le nostre figlie ci comportassimo come individui uguali e razionali. Tentiamo di garantire a entrambe le nostre bambine la possibilità di vivere e sperimentare le loro emozioni: la rabbia, la paura, la gioia, la frustrazione, l’eccitazione. Cerchiamo di non imporre, ma di guidare, di non punire ma di sorreggere. Il “NO” cerchiamo di argomentarlo spiegando loro le nostre relative ragioni. Il compito non è semplice, commettiamo degli errori e quando questo capita si cerca di chiedere scusa alle nostre figlie con la speranza che anche loro da adulte possano vivere un loro errore come un momento di trasformazione, di crescita e di rispetto del prossimo.

Il momento in cui sento maggiormente la soddisfazione di essere padre è quando davanti ad un così detto “capriccio” di una delle mie figlie, mantengo la calma e mi metto in ascolto. Ascolto le loro ragioni che poi non sono altro che un modo di affermare se stesse entrando in dialettica con noi genitori che, in quel momento, rappresentiamo il mondo esterno. Quando questo avviene, quando entrambe le mie figlie vivono la loro esperienza di vita in autonomia, ma con il mio supporto emotivo, ecco allora mi sento un bravo padre. Spero tanto che emulando questo modo empatico di affrontare le relazioni, quando saranno adulte, vivranno con lucidità e determinazione i momenti difficili della loro vita.

Essere genitori è un’esperienza di apprendimento diretto, pieno di tentativi e di errori, ma anche meravigliosamente intrisa di gioia e soddisfazione.

Essere sempre vicino ai figli per poi salutarli e lasciarli andare al loro viaggio, questo si dovrebbe fare. Rappresentare un porto sicuro nel mare in tempesta affinchè potranno a loro volta diventare un solido rifugio per i loro figli. Ogni bambino ha il bisogno di essere notato, riconosciuto, lodato e preso in considerazione. Per questo motivo io e mia moglie cerchiamo (non sempre ci riusciamo) di concentrarci ed esaltare maggiormente i comportamenti positivi e di gioia delle nostre bambine, anziché evidenziare e solo reprimere quelli negativi. Si chiama rinforzo positivo. Abbiamo notato che le bambine, in questo modo, cercano di ripetere comportamenti positivi per attirare la nostra attenzione, anziché riprodurre quelli negativi. Un altro bellissimo testo che consiglio a tutti i genitori è quello di Alice Miller – La fiducia tradita. In questo libro l’autrice sostiene che il bisogno di approvazione e di riconoscimento di se stessi continua in età adulta. Tale bisogno verrà soddisfatto in maniera sana ed equilibrata se da piccoli si è stati amati e coccolati. “Reprimere gli slanci, le emozioni e i sentimenti del bambino significa ucciderne l’animo.”, scrive la Miller. Un modello educativo genitoriale improntato all’ubbidienza cieca non solo produce violenza psichica e, purtroppo, anche fisica nei bambini, ma nella maggior parte dei casi i bambini, diventati adulti, riprodurranno nei rapporti sociali, le sofferenze della loro stessa infanzia perché hanno imparato solo quelle modalità di affrontare la vita. Adulti che si rifugiano nelle strutture consolidate dell’educazione della loro infanzia che appaiono loro ferme e irremovibili. Per questo motivo Alice Miller ci invita a dissolvere l’ignoranza e i nostri schemi mentali educativi del passato. Per far questo è necessario saper guardare nel nostro passato ed elaborare e accettare la nostra infanzia fatta anche di traumi giovanili. 

Ci hanno insegnato che punire i bambini significa educarli. Ritengo che gridare, usare violenza psicologica e fisica su di un bambino inerme è meschino e aberrante nello stesso tempo. Il nostro codice penale protegge un adulto dal subire violenze private, mentre un bambino indifeso può subire maltrattamenti in nome del suo bene. Lo trovo paradossale e assurdo. Voler bene e amare i propri figli significa non fare loro del male in nessuna maniera. Dobbiamo proteggere i bambini dalle nostre mancanze e fragilità.

La più grande delle due nostre figlie ha oggi quasi 12 anni e inizia a voler pretendere i suoi spazi di autonomia e di libertà. Spesso con mia moglie ci troviamo impreparati davanti ad alcuni episodi e a sue incessanti e ben argomentate richieste. Vorremmo in quei momenti possedere un manuale in cui ci fossero scritte tutte le risposte ai nostri dubbi. Ma non c’è.

Quello che c’è è nostra figlia che sta cercando se stessa per diventare adulta e noi genitori che improvvisiamo una sconclusionata resistenza dinanzi all’inesorabile resa.

Comments(2)

    • Francesco+Paolo+Schettini

    • 3 giorni ago

    Si giunge al momento in cui il genitore deve lasciar andar via col vento l’amato aquilone…per farlo volare.
    In fondo questo dovrebbe accadere ogni giorno…

      • domenicoconversa

      • 3 giorni ago

      Grazie Francesco, è proprio quello che intendevo.

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