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Il 30 gennaio 2026, alla Camera dei Deputati, non è andata in scena una difesa dei valori democratici, ma un atto di forza contro la libertà di parola. Un incontro sulla cosiddetta “remigrazione”, ritenuto inaccettabile da alcuni, è stato impedito non attraverso il confronto, ma con l’occupazione della sala stampa. L’iniziativa è stata così annullata o sospesa per motivi di ordine pubblico. In concreto, si è scelto di impedire a qualcuno di parlare.

Ed è qui che nasce il problema.

Il punto non è se quelle idee siano condivisibili. Non lo sono per molti. Il punto è stabilire se in una democrazia sia legittimo decidere in anticipo quali opinioni possano essere espresse e quali no. Perché quando si comincia a selezionare la parola ammessa, il confine tra tutela dei valori e censura diventa pericolosamente sottile.

Ancora più inquietante è il doppio standard che emerge dal dibattito pubblico.

Fino a poco tempo fa, in contesti politici, accademici e istituzionali, hanno trovato spazio personaggi come Hannun, tuttora in carcere, e altri soggetti accusati di contiguità ideologica o politica con Hamas, un’organizzazione riconosciuta come terroristica dall’Unione Europea. In quei casi, nessuno ha ritenuto necessario impedire la parola. Si è parlato di dialogo, di libertà di espressione, di dovere dell’ascolto.

Questo non significa che quelle scelte fossero giuste o sbagliate. Significa una cosa sola: la libertà di parola è stata difesa. E se vale in quei casi, deve valere anche quando il contenuto del discorso provoca disagio, indignazione o paura.

Un’idea si combatte con un’idea migliore. Non con un divieto. Non con l’occupazione di una sala. Non con l’interdizione preventiva del dibattito. Perché impedire a qualcuno di parlare non elimina il problema: lo sposta, lo radicalizza, lo sottrae al confronto pubblico.

Le istituzioni democratiche non sono spazi neutri e silenziosi. Sono luoghi di conflitto, anche aspro. Ma è proprio questo conflitto, regolato dalla parola, a distinguerle da qualunque altra forma di potere.

Quando la libertà di espressione diventa selettiva, quando viene concessa solo a chi rientra nei confini dell’accettabile, non stiamo proteggendo la democrazia: la stiamo restringendo.

La libertà di parola non è un’opinione.
È la condizione che rende possibili tutte le altre.

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