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Astensionismo, perdita del pensiero complesso e crisi delle appartenenze politiche

di Domenico Conversa

Frontespizio del libro Destra e Sinistra di Domenico Conversa
Il frontespizio originale del volume Destra e Sinistra.

Destra e Sinistra. Saggio politico irriverente per delusi e smarriti nasce da una domanda semplice: che cosa resta oggi delle categorie con le quali per decenni abbiamo interpretato la politica? Il libro non propone una nuova collocazione e non pretende di offrire una risposta definitiva. Usa invece quelle categorie per osservare alcune inquietudini del presente: l’astensionismo, il disorientamento dei cittadini, la perdita del pensiero complesso e la facilità con cui le opinioni vengono trasformate in etichette.

Una conversazione con alcuni ragazzi

Il primo punto di partenza del libro è stata una semplice conversazione con alcuni ragazzi durante un laboratorio di scacchi in biblioteca. Parlando delle elezioni regionali, mi dissero con grande naturalezza che non sarebbero andati a votare.

Di fronte a quella risposta mi partì il solito “pippone” sull’importanza del voto, sul dovere civico e sulle persone che avevano sacrificato la propria vita per conquistare quel diritto. Mi accorsi, però, di non aver fatto alcuna breccia. Probabilmente avevo ottenuto l’effetto contrario. Le mie parole appartenevano a un linguaggio che per me conservava ancora un significato, ma che non riusciva più a raggiungere quei ragazzi.

Pensai allora di scrivere loro una lettera, inserendo anche qualche battuta per alleggerire il discorso e attirare la loro attenzione. Poi mi è scappata la mano. Mi sono divertito a scrivere e da quella lettera sono nate le pagine del libro.

Giovani durante un laboratorio di scacchi in biblioteca
Il libro è nato da una conversazione sul voto durante un laboratorio di scacchi in biblioteca.

L’astensionismo e la democrazia sostanziale

Dietro quell’episodio si nascondeva una questione seria. Alle elezioni politiche del 2006 votò più dell’83 per cento degli aventi diritto; nel 2022 l’affluenza scese a poco meno del 64 per cento. In sedici anni la partecipazione si è quindi ridotta di quasi venti punti percentuali.

Non siamo davanti a una semplice oscillazione elettorale. Il problema riguarda la qualità stessa della democrazia. La democrazia formale continua a essere garantita: le elezioni si svolgono, le istituzioni funzionano e gli organi rappresentativi vengono regolarmente costituiti. Entra però in difficoltà la democrazia sostanziale, quando chi governa finisce per essere sostenuto direttamente da una parte sempre più ridotta della popolazione.

L’astensionismo non può essere liquidato come pigrizia o irresponsabilità. In molti casi esprime distanza, sfiducia, disorientamento e la convinzione che la propria partecipazione non possa più incidere sulla realtà. Prima di rimproverare chi non vota, dovremmo domandarci perché un numero crescente di cittadini non trovi ragioni sufficienti per farlo.

Il silenzio del pensiero politico

A questa disaffezione non contribuisce tanto un arretramento della politica dalla vita pubblica, quanto il suo progressivo impoverimento. La politica è continuamente presente nei mezzi di comunicazione, nei programmi televisivi e sui social network, ma tende sempre più a esprimersi attraverso sollecitazioni emotive, contrapposizioni quotidiane e reazioni immediate. Occupa molto spazio, ma non sempre riesce a produrre pensiero.

Le forze politiche sembrano aver delegato al sistema mediatico il compito di stabilire gli argomenti, i tempi e persino il linguaggio del confronto. Inseguono l’agenda dettata dall’informazione e dagli algoritmi, reagiscono alla polemica del giorno e misurano la propria efficacia sulla capacità di conquistare attenzione. Raramente, però, propongono una visione complessiva della società, capace di indicare non soltanto che cosa amministrare, ma soprattutto in quale direzione andare.

La politica finisce così per assomigliare a una grande assemblea di condominio, nella quale siamo chiamati a scegliere l’amministratore ritenuto più efficiente senza discutere seriamente del tipo di comunità che vogliamo costruire. Si confrontano personalità, capacità comunicative e programmi di gestione, ma sempre meno differenti idee dell’uomo, della società, della libertà, della giustizia e del futuro.

L’attività politica non può esaurirsi nell’amministrazione dell’esistente e nella sua comunicazione. Politica significa prestare attenzione alle comunità, interpretarne i bisogni, elaborare idee e trasformarle in iniziative e proposte. Significa anche offrire visioni del mondo riconoscibili, sulle quali i cittadini possano confrontarsi e compiere scelte consapevoli.

Il vero silenzio, dunque, non è quello della politica, che continua a occupare quotidianamente la scena pubblica. È il silenzio del pensiero politico: la difficoltà di immaginare alternative, costruire prospettive e proporre un orizzonte che vada oltre la gestione del presente e la conquista del consenso immediato.

Colmare questo silenzio non significa necessariamente fondare un nuovo partito o aggiungere un’altra sigla a quelle esistenti. Significa ricostruire luoghi nei quali si possa discutere senza essere subito arruolati in uno schieramento e nei quali la politica torni a interrogarsi sulla società che vogliamo costruire, non soltanto sulle persone alle quali affidarne temporaneamente l’amministrazione.

La perdita del pensiero complesso

Il secondo punto di partenza del libro è una preoccupazione che si è sedimentata nel corso del tempo: la progressiva erosione delle condizioni necessarie per elaborare pensieri complessi e, soprattutto, autonomi.

I social network frammentano la nostra attenzione, ci sollecitano continuamente e ci spingono a reagire prima ancora di aver compreso. Una dichiarazione, una fotografia o pochi secondi di un video diventano sufficienti per approvare, condannare e schierarsi. Siamo sottoposti a un flusso incessante di notizie, polemiche e indignazioni che ci costringe a vivere in una specie di eterno presente.

A questo si aggiunge un certo giornalismo populista, che trasforma ogni problema in uno scontro e ogni discussione in una contrapposizione tra fazioni. La complessità viene percepita come un ostacolo alla comunicazione, mentre il dubbio rischia di apparire come debolezza o mancanza di coraggio.

Persona circondata da un flusso continuo di informazioni digitali
L’informazione continua ci chiede di reagire rapidamente e lascia sempre meno tempo alla comprensione.

Anche l’intelligenza artificiale pone una questione importante. Può essere uno strumento straordinario di conoscenza e di lavoro, ma diventa problematica se le deleghiamo non soltanto la scrittura dei testi, ma anche la fatica necessaria per elaborare un pensiero. Il problema non è servirsi della tecnologia. È rinunciare progressivamente a esercitare le facoltà che essa dovrebbe aiutarci a sviluppare.

Stiamo inoltre perdendo la memoria, intesa non soltanto come capacità individuale di ricordare, ma come sentimento collettivo, senso della storia e consapevolezza dei processi che hanno prodotto il presente. Senza memoria ogni questione appare nuova, isolata e priva di precedenti. Il pensiero diventa così più fragile, provvisorio e facilmente manipolabile.

Che cosa resta della Destra e della Sinistra

È dentro questo scenario che nasce la domanda centrale del libro: che cosa resta oggi della Destra e della Sinistra? Il volume non pretende di proporre nuove categorie politiche né di offrire una risposta definitiva. È un tentativo di attraversare quelle esistenti, metterne in luce le contraddizioni e ricordarne la natura storica.

Destra e Sinistra non sono categorie naturali, immutabili ed eterne. Sono nate in una precisa contingenza storica e, proprio perché hanno avuto un’origine, possono trasformarsi, essere sostituite o perdere progressivamente la loro capacità interpretativa.

Quando ero ragazzo, queste coordinate apparivano più definite. Richiamavano contrapposizioni riconoscibili: lavoro e capitale, intervento pubblico e libertà del mercato, internazionalismo e identità nazionale, progresso e conservazione. Non erano distinzioni assolute, ma permettevano alle persone di orientarsi e riconoscere con relativa facilità la propria appartenenza.

Oggi molte di queste coordinate si sovrappongono, risultano sbiadite o entrano in contraddizione all’interno degli stessi partiti. Formazioni considerate di destra sostengono forme di intervento pubblico nell’economia; partiti nati nel campo della sinistra accettano politiche di mercato che un tempo avrebbero contestato. Temi come ambiente, tecnologia, globalizzazione, bioetica, identità e libertà individuali attraversano gli schieramenti e non si lasciano collocare facilmente lungo un’unica linea.

Questo disorientamento riguarda tutti, ma colpisce soprattutto i giovani, ai quali abbiamo lasciato sempre meno luoghi di formazione, discussione e partecipazione. Una democrazia nella quale i cittadini non riescono più a orientarsi diventa più esposta alla semplificazione, alla manipolazione e alla personalizzazione della politica. Non si scelgono più differenti progetti di società, ma leader, slogan e paure.

La provocazione contenuta nel libro è dunque questa: Destra e Sinistra sono ancora strumenti capaci di spiegare la società contemporanea oppure continuiamo a utilizzarle per abitudine, come se fossero destinate a esistere per sempre?

La politica delle etichette

Una delle conseguenze più evidenti di questo smarrimento è l’eccessiva polarizzazione, accompagnata dalla continua attribuzione di etichette. Se difendo il principio di laicità, vengo probabilmente considerato di sinistra. Se subito dopo sostengo che alcuni aspetti dell’Islam siano difficilmente compatibili con la laicità e con i principi liberali delle società occidentali, posso essere definito razzista e islamofobo.

Se mi dichiaro favorevole all’eutanasia, vengo collocato a sinistra; se esprimo perplessità su alcune politiche in materia di aborto, torno improvvisamente a essere considerato di destra.

Ho svolto il servizio civile presso l’Arcigay e organizzato numerosi banchetti davanti all’università contro la discriminazione delle persone omosessuali. Questo potrebbe bastare per definirmi di sinistra. Se, però, manifestassi perplessità su alcune formulazioni delle cosiddette teorie gender, rischierei di essere qualificato come fascista e transfobico.

Allo stesso modo, posso riconoscere che la medicina e i medici salvino ogni giorno moltissime vite e rappresentino un punto di riferimento fondamentale per la società, sostenendo contemporaneamente che il cittadino sia subordinato alla legge e non all’autorità della medicina. Anche questa distinzione potrebbe essere sufficiente per vedermi assegnare l’etichetta di “no vax”.

Il problema non consiste nell’esistenza di opinioni differenti, che rappresentano il fondamento del confronto democratico. Nasce quando l’etichetta sostituisce l’argomentazione e impedisce di esaminare ogni questione nel merito. Possiamo ancora avere idee senza essere rinchiusi in una categoria? Possiamo ragionare su ogni singolo problema senza dover accettare in blocco tutte le posizioni della parte alla quale dovremmo appartenere?

Guardare oltre il proprio muro

Il libro parte dalla politica, ma conduce inevitabilmente verso l’interiorità individuale. Prima di domandarci che cosa stia accadendo ai partiti o alla società, dovremmo chiederci come ciascuno di noi viva l’informazione e l’appartenenza politica. Quanto siamo realmente liberi di riconoscere le ragioni degli altri e gli errori della nostra parte?

Il film La zona d’interesse offre un’immagine potente. Rudolf Höss, comandante del campo di concentramento di Auschwitz, viveva con la propria famiglia in una villa circondata da un giardino curato. Il muro della proprietà coincideva con quello del campo. Da una parte si svolgevano la quotidianità familiare, i giochi dei bambini e la ricerca dell’ordine; dall’altra, a pochi metri di distanza, si consumava uno degli orrori più terribili della storia dell’umanità.

La famiglia Höss nel giardino accanto al muro di Auschwitz, fotogramma del film La zona d’interesse
Un fotogramma di La zona d’interesse: la quotidianità della famiglia Höss nel giardino confinante con Auschwitz.

Quel muro pone una domanda che riguarda anche il presente: ne abbiamo costruito uno simile dentro di noi? Quanto il nostro considerarci di Destra o di Sinistra ci impedisce di vedere ciò che accade dall’altra parte? Quanto l’appartenenza ci porta a riconoscere soltanto le ingiustizie commesse dagli altri e a ignorare o giustificare quelle compiute dalla nostra parte?

Una possibile risposta risiede nella scelta individuale. Ciascuno può scegliere se urlare e diventare un semplice megafono del proprio schieramento oppure fermarsi, accettare la fatica del dubbio e provare a sviluppare un pensiero autonomo. Possiamo difendere a ogni costo il nostro posizionamento oppure batterci realmente per una causa.


La presentazione pubblica del libro si è svolta il 23 ottobre 2026 a Santeramo in Colle. Guarda la scheda dell’incontro e le fotografie.

Appartenere a una parte è facile. Più difficile è conservare la libertà di guardare anche oltre il proprio muro.